domenica 2 gennaio 2011

Marchionne personaggio dell'anno: Sergio Romano e "l'italiano scomodo"


Nel discorso che Sergio Marchionne ha pronunciato a Pernambuco per l'inaugurazione del nuovo stabilimento della Fiat in Brasile, la parola Italia non esiste. L'amministratore delegato di Fiat-Chrysler ha ricordato l'antica presenza dell'azienda torinese nel Paese, ma non ha neppure accennato al tema - l'emigrazione italiana - che apparteneva in passato al bagaglio oratorio di qualsiasi imprenditore italiano nel continente latino-americano. Qualche critico di Marchionne sosterrà che l'omissione non è casuale, ricorderà le sue tre appartenenze nazionali (italiana, canadese, svizzera) e ne concluderà che l'amministratore delegato dell'azienda torinese è un corpo estraneo, un mercenario del capitalismo al soldo degli americani e un "cosmopolita", parola che nel linguaggio della sinistra è sempre stata sinonimo di sradicamento sociale, egoismo di classe, indifferenza ai valori della solidarietà. Qualcuno infine dirà che è un "anti-italiano". Non conosco i sentimenti di Marchionne. Non so quale dei suoi passaporti abbia per lui maggiore importanza e se il ricordo dell' Abruzzo perduto (è nato a Chieti) sia più vivo e struggente dei suoi ricordi canadesi. Mi limito a osservare che una definizione più precisa potrebbe essere quella di "contro-italiano" o "italiano controcorrente", nel senso che la parola ha avuto nella bella rubrica giornalistica di Indro Montanelli. Non è il solo. Appartiene a un gruppo di italiani che, ciascuno nel proprio settore e con le proprie caratteristiche, hanno avuto il merito di non lasciarsi imprigionare in quel complicato intreccio di compromessi, patti di reciproca convenienza, luoghi comuni, "correttezza" politica e sindacale che formano il retaggio di un'Italia bizantina, arcadica, conformista e contro-riformista. Per restare nell'ambito del secondo dopoguerra penso, per fare soltanto qualche esempio, a Ugo La Malfa, Guido Carli, Cesare Merzagora, Mario Monti e, nel campo dell' informazione, a Montanelli, Leo Longanesi, Mario Pannunzio. Possono commettere errori e proporre soluzioni sbagliate o poco realistiche, ma sono coraggiosi, irriguardosi, spregiudicati e riescono a rimettere in discussione problemi di cui si parla soprattutto per non decidere e non cambiare. Ne abbiamo avuto la dimostrazione in questi mesi, quando la politica aziendale di Marchionne ha forzato la mano di Confindustria, diviso il quadro politico e sindacale, spiazzato lo stesso governo e infine riaperto il dibattito sulla rappresentanza dei lavoratori nelle aziende. Abbiamo una legislazione sul lavoro che scoraggia gli investimenti stranieri e che, come Pietro Ichino ha ricordato, non può neppure essere tradotta in inglese, tanto è complicata e involuta. Abbiamo norme costituzionali invecchiate o, peggio, non applicate. Abbiamo minoranze sindacali che sviliscono i diritti delle maggioranze. Se il quadro si è finalmente mosso e qualche sindacato si prepara a rivedere l'intera materia con nuove proposte, il merito è in buona parte di Marchionne. Come ho scritto dopo il suo discorso di Rimini, so che le sue posizioni sono dettate dall'esigenza di non deludere gli azionisti americani di Chrysler e il governo degli Stati Uniti. Ma credo che gli vada riconosciuto il merito di avere scritto la nuova agenda sindacale italiana. E questo lo rende più italiano, ai miei occhi, di quelli che avrebbero preferito lasciarla com'era.
(Fonte: www.corriere.it - 31/12/2010)

1 commento:

  1. Si, concordo che a Marchionne va "riconosciuto il merito di aver scritto la nuova agenda sindacale italiana".Concordo anche con l'analisi a monte, con la definizione di Marchionne come contro-italiano, è vero che non può deludere gli azionisti di Chrysler ma è anche vero che non può deludere gli azionisti Fiat. L'alleanza con Chrysler ha dato al manager Fiat una completa prospettiva di globalizzazione.Conoscendo bene le due sponde dell'Atlantico ed essendo un cittadino del mondo, può meglio di altri fare "confronti informati" e costruttivi tra le varie realtà. Questa personale conoscenza del "resto del mondo" è ciò che manca ai suoi interlocutori italiani, sindacati compresi. Come ha scritto la Repubblica nel recente articolo "Lo tsunami Marchionne" la globalizzazione non è più solo uno scenario di riferimento ma una realtà che plasma anche le relazioni industriali.

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