domenica 16 giugno 2013

Crisi dell'auto: detrarre per ripartire?


Di male in peggio. Dopo un 2012 che ci ha riportato indietro di almeno trent’anni (solo 1,4 milioni di nuove vetture), non si arresta il crollo del mercato italiano dell’auto. Certo, anche l’Europa continua scendere, ma le nostre percentuali sono decisamente più impressionanti e tutti i principali analisti prevedono un 2013 intorno a 1,3 milioni di immatricolazioni. Fra pochi giorni ci sarà un nuovo governo e il problema non potrà non essere affrontato. Il settore, infatti, ha un’importanza strategica, da molti punti di vista: genera un fatturato importante, dà lavoro a più di un milione di persone, contribuisce per oltre il 15% alle entrate dello Stato, rappresentando più del 10% del Pil. E’ vero, il nostro paese è in recessione e tutti i comparti sono in sofferenza, ma per fortuna gli altri indicatori accusano contrazioni molto meno accentuate di quella delle vendite di auto. Se da quando è iniziata la crisi (nel 2008) la produzione industriale o, addirittura, il Pil fossero scesi al pari del mercato dell’auto (più del 40%) l’Italia sarebbe già fallita. All’interno delle difficoltà generali, quindi, ci sono problemi particolari che hanno fatto grossi danni e dovranno essere rapidamente rimossi per rimettere in moto uno dei propulsori dell’economia e del Paese. L’auto, infatti, ha sempre avuto anche un ruolo sociale, un ruolo che ha tuttora, ma che non riesce più a esercitare. L’auto resta indispensabile. Per certi versi insostituibile. Serve per andare al lavoro, in vacanza, dal dottore. Per portare i bimbi a scuola. Certo va usata con attenzione e con giudizio (quando necessario e guidando con prudenza per la sicurezza di tutti), ma in molte circostanze non ha alternative. Con l’auto si muovono le persone e le merci, le necessità e le emozioni, si assolvono gli impegni e si ci si gode il tempo libero. L’auto alimenta i consumi e tiene alto l’umore, accorcia le distanze e consente di socializzare, molto più dei social network. Negli ultimi decenni in molti hanno sparato sul settore, in pochi lo hanno difeso. O almeno non ci sono riusciti. Tasse, multe, parcheggi, carburanti, assicurazioni, parole diventate incubi che hanno portato il costo medio di gestione annuale di una vettura oltre i 3.500 euro. Una follia. La mucca a forza di mungerla è quasi morta e anche lo Stato ci rimette con un milione di vetture nuove in meno l’anno e tanti veicoli fermi sotto casa invece che in movimento (è sceso anche il consumo dei carburanti). In realtà, il settore stesso non è che abbia formulato chissà quali proposte per uscire dalla palude. Abbassare le tasse sì, ma il deficit e il debito pubblico non fanno sconti. Togliere l’Ipt o equiparare la normativa delle vetture aziendali a quelle degli altri paesi europei. Buone idee, ma nulla di rivoluzionario, anche perché sulle vetture aziendali i costruttori si lamentano di guadagnare poco (o niente), tanto che molti considerano il vero mercato quello “privati”. A cosa servirebbe quindi vendere un po’ di vetture in più (a bassi margini e coinvolgendo poco i concessionari che sono la categoria più in difficoltà), se addirittura alcune di queste andrebbero a cannibalizzare quelle del mercato privati (chi ha una vettura aziendale non ne acquista un’altra...)? Ecco un sasso nello stagno. Un’idea semplice, ma efficace che sembra tagliata su misura per la situazione attuale perché punta a promuovere l’utilizzo e non l’acquisto (se c’è il primo il secondo arriva spontaneo...) e, soprattutto, ha una forte componente democratica (le vetture aziendali sono nella disponibilità di chi ha già un lavoro solido, mentre l’auto è utilizzata da tutti, anche dai precari e dei disoccupati) che potrebbe ricevere veramente l’ok bipartisan. Assodato che l’auto è un oggetto di sostanza primaria e non un gioco o uno svago, alcune spese per gestirla potrebbero essere detratte dai redditi, come avviene per tante altre voci tipo la casa, la salute e l’istruzione. Una misura strutturale perché protratta nel tempo e non isterica come gli incentivi all’acquisto che aiutano solo chi in un determinato momento deve cambiare vettura e, soprattutto, alterano la domanda anticipando gli acquisti e creando pericolosi alti e bassi (rischiano inoltre di privilegiare un costruttore rispetto all’altro). A lanciare la proposta, che potrebbe incontrare molti consensi e, finalmente, compattare l’intero settore a sostenerla, è uno dei manager più importanti. Massimo Nordio è amministratore delegato di Volkswagen Group Italia, il gigante di Wolfsburg che proprio lo scorso anno è diventato il primo costruttore per pianeta dal punto di vista del fatturato e, molto probabilmente (i dati non sono ancora ufficiali), a gennaio ha conquistato la leadership anche nella classifica mondiale delle vendite. Nordio ha una grande esperienza internazionale, in precedenza ha lavorato (sia in Italia che all’estero) anche per Ford e Toyota. Un maestro del marketing, molto abile ad intercettare ed anticipare gusti, esigenze e necessità dei clienti. E la cosa che più auspicano i 34 milioni di automobilisti italiani è abbassare i costi di gestione diventati ormai insostenibili.
(Fonte: www.ilmessaggero.it - 17/2/2013)

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