giovedì 23 ottobre 2014

Lancia Ypsilon: il segreto del successo


La Lancia Ypsilon vende. Non è una battuta ma una notizia: il marchio non ha futuro, non essendo stato nemmeno citato nel piano industriale di Fiat Chrysler Automobiles del 6 maggio scorso. Anche se formalmente non risulta cancellato come è stato per Chevrolet in Europa, di fatto scomparsa insieme alla rete dopo l’annuncio (senza attendere il 2016). Nei primi 8 mesi dell’anno, in Europa la piccola Lancia ha venduto in Europa 41.661 unità, addirittura in crescita rispetto alle 37.757 del 2013 (dati Jato Dynamics). E’ vero che la Casa come i concessionari la spingono con investimenti ad hoc, ma il mistero rimane. Comprereste un’auto di un marchio destinato a scomparire presto dall’orizzonte? Sì, dicono i consumatori. La Ypsilon compirà 30 anni nel 2015 (pronta una versione commemorativa), è stata un fenomeno di moda dopo un avvio incerto, spinto da testimonial d’eccezione e trasformata negli anni sempre più in un prodotto glamour e personalizzabile. Senza contare le versioni speciali che in genere servono solo ad abbassare il prezzo di un prodotto in difficoltà, ma non per Ypsilon: la nuova ELLE, appena presentata a Milano, è ancora moda declinata naturalmente al femminile, target di riferimento. Guardo e riguardo i dati, vedo come sprofondano gli altri modelli Lancia: dalle meno di 3.000 Delta vendute sempre nei primi 8 mesi, alle 123 Flavia, alle 301 Thema (1.856 nel 2013!), alle 2.551 Voyager in lieve progresso sull’anno scorso. Suonano incredibili le 41.661 Ypsilon: le Mini, per dire, sono state soltanto 10.000 in più, e Mini è declinata in più versioni. Faccio un paio di telefonate a Milano e poi inforco la mia Vespa per un giro in incognito per qualche concessionaria a Roma. Mi spiegano che per avere una Ypsilon ci vogliono più o meno 1.000 euro in più di una Panda (intorno agli 11.000 euro in promozione), finché trovo un venditore che mi rivela finalmente il segreto: “La gente non compra granché. Ma se compra, cerca un’auto diversa, che si distingua dalle altre. Guardi al fenomeno suv e crossover. Nel segmento B, la Ypsilon mantiene una sua esclusività che fa la differenza”. Già. Un messaggio che vale omnia.
(Fonte: www.carblogger.it - 16/10/2014)

mercoledì 22 ottobre 2014

Fiat, orgoglio operaio: dipendenti volontari in tour per raccontare la loro fabbrica


Dipendenti Fiat che lavorano per Fiat come volontari. Nel loro tempo libero. Senza percepire un euro come paga extra o straordinario. Questa, davvero, non si era mai sentita fra gli 82.000 lavoratori italiani del Lingotto (Fiat e Cnh). Eppure è quel che accade da qualche giorno nello stabilimento di Melfi, in Basilicata, dove è partita la produzione della prima auto italo-americana, la Jeep Renegade. A Melfi circa 250 dipendenti Fiat - essendo volontari nessuno ne conosce il numero preciso - nel weekend o fuori turno mandano avanti un progetto anch'esso unico nel suo genere che si chiama "La nostra fabbrica". In sintesi: gli operai volontari girano per le piazze di città e villaggi lucani spiegando ai loro compaesani come lavorano e cosa producono. Lo fanno accompagnati da un container montato su un Tir dentro il quale una dozzina di televisori fanno vedere l'interno della grande fabbrica, come lavorano i suoi 5.941 operai e cosa producono. Il tutto è poi condito dalla presenza in piazza della Jeep Renegade, la nuova vettura globale (sarà venduta in tutto il mondo ad eccezione di Brasile e Cina dove sarà assemblata da due fabbriche gemelle di Melfi) sfornata dalla nuova linea di montaggio di Melfi che affianca quella della Punto (destinata solo all'Europa). Sociologi e spin doctor collocherebbero iniziative del genere nella fascia delle comunicazioni a "bassa frequenza", usate dai piccoli partiti o da aziende giovani che non possono accedere alle leve "forti" di tv e giornali. Il "porta a porta" dei volontari ricorda scenari da "guerriglia asimmetrica", in stile vietcong, spesso adottati dalla contro- informazione dei gruppi politici anti-sistema. Cosa ha a che fare la Fiat con tutto questo? Al sesto anno della Grande Crisi, moltissimo. Infatti, i volontari de "La nostra fabbrica" incarnano e danno credibilità ad un evento che sta capitando sotto i nostri occhi ma al quale in Italia non crede nessuno: la reindustrializzazione. E' difficile parlarne mentre buona parte degli operai di Melfi sono ancora in cassaintegrazione. Nonostante investimenti per un miliardo (il più grande nel Sud da anni), l'arrivo di 600 robot, la rivoluzione sulle linee di montaggio dove - come vedremo - gli operai lavorano con il computer e senza fatica, l'adozione di un sistema produttivo - il WCM - che colloca Melfi al livello delle migliori fabbriche tedesche e un prodotto competitivo come la Jeep Renegade (e presto di un altro modello, la 500X) che fa entrare la Basilicata nel girone della serie A della globalizzazione, in Lucania lo scetticismo sulle prospettive della grande fabbrica si taglia con il coltello. E allora la presenza fisica nelle piazze lucane delle tute grigie tutte uguali, come se fossero missionari, e l'umiltà, semplice e diretta, del messaggio dei volontari Fiat rende più veritiero il rilancio del sogno dell'industria. La fabbrica lucana oggi è uno dei pochi strumenti di coagulo sociale e di creazione di ricchezza diffusa - Melfi ha prodotto quasi 6 milioni di vetture in 21 anni - ma è piegato dalla violenta cura dimagrante subita dal mercato dell'auto europeo. La lunga crisi e la stagione dello scontro con parte del sindacato hanno portato gran parte dell'opinione pubblica lucana a ignorare e guardare con sospetto la grande fabbrica di Melfi. In tanti considerano il lavoro alla linea di montaggio alla stregua di nuove forme di schiavismo e non credono più nella capacità delle aziende italiane di essere competitive. Nel caso della Fiat di Melfi, però, c'è qualcosa di più del ritorno della grande fabbrica sulla scena dell'economia italiana. Il "caso" dei volontari torna a sottolineare le peculiarità di questo stabilimento che, fin dalla sua costruzione dal prato verde nel 1994, non è mai stata una fabbrica qualsiasi. E infatti a parlare con i dipendenti, si scopre in fretta che in Basilicata Fiat sta scrivendo un capitolo nuovo del suo rapporto con gli operai: il passaggio dalla fabbrica-caserma alla fabbrica-partecipata. Un tassello importantissimo di un progetto ancora più grande che Sergio Marchionne sta realizzando: la trasformazione di Fiat (e di Chrysler) da un'azienda tradizionale a gestione vertical-militare, in una società-rete, snella, orizzontale, dove tra l'operaio e l'amministratore delegato ci sono appena 5 o 6 livelli di comando e non più la ventina di qualche anno fa. Questo significa che la figura e il lavoro del dipendente Fiat stanno subendo una trasformazione violenta. Non a caso, Melfi è la prima fabbrica italiana di Fiat le cui linee di produzione sono state "disegnate" ascoltando l'opinione di gruppi di operai inviati a Torino per collaborare con gli ingegneri per progettare il modo più facile e veloce di assemblare una vettura. A Melfi, su scala maggiore rispetto a Pomigliano, è stato costruito un apposito capannone chiamato "pilotino" (in inglese Work Place Integration) dove per mesi e mesi alcune centinaia di operai hanno studiato ogni stazione di montaggio e ogni movimento degli addetti. Un lavoro "win-win" per azienda e operai che ha consentito di accelerare i tempi sulla linea eliminando al tempo stesso tutte le mansioni più faticose. Il risultato? Gli operai oggi lavorano con il computer, quasi come se fossero impiegati. In ogni stazione di montaggio c'è un touch screen dove gli addetti "firmano" le proprie operazioni e scrivono le proposte di miglioramento. Ancora: ogni stazione è affidata ad una squadra di sette operai che ruotano nelle mansioni e sono coordinati da un capo-squadra (il team leader) che non lavora con le mani ma pensa solo all'organizzazione del lavoro affinché tutto fili liscio. Ancora: non c'è più l'odiosa separazione degli operai dagli impiegati che oggi lavorano lungo le linee di montaggio da cui sono divisi solo da un grande cristallo "anti-imboscamento". In questa cornice nasce "La nostra fabbrica". E in questa cornice si possono sentire discorsi di questo genere. "Abbiamo scelto l'aggettivo "nostra" per spiegare la rinascita della fabbrica di Melfi perché non ci rivolgiamo solo ai lavoratori della Fiat - spiega uno dei volontari - Parliamo anche al territorio, ai lucani, ai quali vorremmo far arrivare un messaggio chiaro: non è vero che la fabbrica è un lager e non è vero che lavorare dietro una scrivania o fare il cameriere o il muratore è meglio che fare l'operaio in un grande stabilimento. La realtà della fabbrica è complessa, chiede sacrifici come in tante attività, ma è più viva e interessante di tantissimi altri lavori spesso banali, noiosi e alla fine meno gratificanti. E poi la fabbrica produce ricchezza, richiede grande capacità, porta il talento espresso da un territorio ovunque nel mondo. Della Basilicata e dei suoi prodotti oggi si parla in tutto il mondo dell'automobile". A spiegare caratteri e portata di una iniziativa atipica come "La nostra fabbrica" e i suoi 250 volontari ci saranno anche dosi di carrierismo, di servilismo e forse qualche acrobazia sindacale. Tuttavia, sarebbe fuorviante considerarla una banale mossa di marketing aziendale. Attorno alla rinascita di Melfi è stato fatto un grandissimo lavoro per rinnovare e radicare una forte cultura industriale fra i dipendenti, un lavoro che in Fiat chiamano di "team building". Qualcuno ricorderà il video dello scorso marzo con gli operai che ballavano in fabbrica sulle note della canzone Happy. Era un episodio della costruzione di una squadra di governo della fabbrica, indispensabile per gestire l'assemblaggio di un prodotto molto sofisticato (andrà in 100 mercati) come la Renegade. Inoltre a Melfi si è cercato anche di "aprire" la fabbrica ad un rapporto diretto con la popolazione lucana e la sua classe dirigente. La fabbrica, ad esempio, acquista acqua minerale lucana e non più "nordica" per la propria mensa ed è stata visitata dai dirigenti di alcuni ordini professionali regionali. E non a caso il 21 settembre nel prato di Melfi si è tenuto un concerto per festeggiare il compleanno dello stabilimento che ha compiuto vent'anni. Oltre 30 mila personehanno attraversato i cancelli per ascoltare Giorgia e visitare le linee di montaggio aperte a tutti. Perché Melfi non è solo una fabbrica. E' anche un simbolo o un'esperienza che appartiene un po' a tutti. Come un'idea di fiducia che torna a camminare nei paesi del Sud sulle gambe di lavoratori in carne ed ossa.
(Fonte: http://motori.ilmessaggero.it - 29/9/2014)

martedì 21 ottobre 2014

Mirafiori rinasce su 250 mila metri quadri: sarà di nuovo la fabbrica più grande d'Italia


Filtra un raggio di luce su uno dei "segreti" meglio custoditi da Fiat Chrysler: il destino dello stabilimento di Mirafiori. Nei giorni scorsi una delegazione di sindacalisti delle organizzazioni firmatarie del contratto Fiat (Fim, Uilm, Fismic, Ugl e Quadri) ha visitato lo storico stabilimento torinese per verificare lo stato di avanzamento della ristrutturazione di cui finora si sapeva pochissimo. "I lavori colpiscono per la loro portata. Si sta operando su una superficie molto ampia di circa 250 mila metri quadri pari a 40 campi di calcio", ha sottolineato Claudio Chiarle segretario della Fim torinese. I sindacalisti riferiscono di lavori "enormi", di cantieri lunghi chilometri, visitati a piedi ma anche con un pulmino in un tour che è durato ore, dell'uso di elicotteri per la riedificazione di capannoni alti quasi 40 metri, della rinascita di ambienti spaziosi e luminosi molto diversi dalla vecchia fabbrica inaugurata nel 1939 dal senatore Giovanni Agnelli. Probabilmente Mirafiori entro l'anno prossimo, quando dovrebbe partire la produzione, tornerà ad essere la fabbrica più grande d'Italia dopo l'Ilva di Taranto. Secondo i sindacati firmatari la portata dei lavori fa presagire che a Mirafiori non sarà costruito solo il grande Suv Maserati, il Levante, già previsto per la fine 2015 ma probabilmente uno o due modelli Alfa Romeo pianificati per il 2016. Si tratta tuttavia di supposizioni perché Fiat Chrysler non ha fornito alcuna indicazione ufficiale, né sui prodotti, né sui tempi di apertura delle linee di montaggio. E' noto tuttavia che il Suv Levante, che sarà costruito sul pianale della Quattroporte e non della Jeep Grand Cherokee come originariamente previsto, dovrebbe arrivare nei concessionari fra la fine del prossimo anno e l'inizio del 2016 e dunque i primi esemplari di preserie sono attesi per la prossima estate. I sindacati hanno anche reso noto che sono iniziati i corsi di formazione per gli operai team leader, i capisquadra che nell'organizzazione del lavoro Fiat coordinano - senza lavorare con le mani - l'attività di sei colleghi. Se la ristrutturazione di Mirafiori seguirà tempi e metodi di quella adottata a Melfi (dove sta partendo la produzione della Jeep Renegade), nelle prossime settimane gruppi di lavoratori e di ingegneri lavoreranno assieme in un capannone chiamato "pilotino" (Work place integration in termini tecnici) per progettare le singole stazioni di montaggio e gli attrezzi da lavoro con l'obiettivo di rendere il lavoro meno faticoso e, contemporaneamente, aumentare la produttività. Anche la nuova Mirafiori, come tutti gli altri stabilimenti mondiali di Fiat Chrysler Automobiles, adotta un unico sistema produttivo che si chiama World Class Manufacturing (WCM), un sistema che ricalca sistemi di impronta nipponica e che sta dando buoni risultati nelle fabbriche, sia italiane che americane, dove è stato applicato integralmente. Solo una parte dei 5.000 dipendenti di Mirafiori attende il Levante per tornare al lavoro. Un migliaio operano - sia pure a singhiozzo - sulla linea della Mito Alfa Romeo. Circa 1.500 poi sono stati trasferiti nei mesi scorsi nel vicino stabilimento Maserati di Grugliasco che - da settembre - opera su 12 turni settimanali. In pratica a Grugliasco si lavora stabilmente anche di sabato su due turni che sfornano ogni giorno circa 150 Quattroporte e Ghibli che per il 95% vengono vendute all'estero. Il principale mercato della Quattroporte è la Cina mentre la Ghibli vende soprattutto negli Stati Uniti. Con il Levante e, forse, un analogo Suv Alfa, si completerebbe il "polo del lusso" produttivo torinese, uno dei pilastri del riposizionamento verso l'area premium della produzione italiana d'auto cui Sergio Marchionne sta lavorando da anni.
(Fonte: http://motori.ilmessaggero.it - 16/10/2014)

lunedì 20 ottobre 2014

FCA e l'Italia: un milione di auto nel 2019


A Milano appena sopra i 7 euro e a New York a 9,10 dollari: la prima settimana di vita del nuovo titolo FCA (Fiat Chrysler Automobiles), complici i dati positivi segnati in Europa dal gruppo e l'attesa per eventuali decisioni che il primo cda del nuovo corso prenderà il 29 ottobre prossimo, si è conclusa con le azioni in crescita. E mentre l'a.d. Sergio Marchionne, insieme al CFO Richard Palmer, ha già iniziato gli incontri con banche e investitori istituzionali allo scopo di convincerli sulla bontà del progetto cha ha portato alla fusione tra Fiat e Chrysler, c'è già chi si esercita a immaginare quale sarà l'impatto del nuovo gruppo sulla produzione di auto in Italia. Il nuovo corso di FCA si confronta, infatti, con dati di produzione ai minimi termini: 595mila unità lo scorso anno rispetto alle 609.145 del 2012 (16.020 tra Grugliasco e Modena, 19.650 a Mirafiori, 79.050 a Cassino, 115mila a Melfi, 154.830 a Pomigliano d'Arco, 203.950 ad Atessa grazie alla joint venture con PSA, 7mila alla Ferrari di Maranello che però fa storia a sé). Un'analisi di PwC Autofacts, alla luce dei piani di Marchionne di trasformare buona parte del sistema produttivo italiano in un hub preposto all'esportazione, vede gli stabilimenti del Paese tornare a sfornare, nel 2019, più di un milione di unità, il 76% in più rispetto ai volumi del 2013. «Si assisterà a una crescita progressiva - affermano gli analisti di PwC - che per FCA significherà già, per quest'anno, un +8,7% grazie soprattutto all'impianto di Melfi», dal quale già esce la nuova Jeep Renegade (circa 170mila unità la produzione a regime, ndr) e, da inizio 2015, la Fiat 500X. A Melfi, PwC affianca anche la fabbriche Maserati (Grugliasco soprattutto, dove nascono Ghibli e Quattroporte, e presto anche Mirafiori che sfornerà il Suv Levante). Insieme a Pomigliano e agli altri siti di FCA in Italia, la produzione si porterà così, secondo l'istituto di consulenza, a 630mila unità, oltre il dato del 2012. «Ma ci aspettiamo - la previsione - un aumento ancora più marcato nel 2015 (+37% sul 2014) quando, al pieno regime di Melfi, si dovrebbe aggiungere il rilancio del marchio Alfa Romeo con la produzione dei primi modelli della gamma rinnovata (la nuova Giulia, ndr) ». Le stime, ovviamente, tengono conto della difficile situazione in cui si trova il mercato italiano, «la cui crescita appare ritardata e meno robusta». Solo dal 2016, infatti, è prevista una leggera risalita delle immatricolazioni oltre quota 1,4 milioni di unità (1,34 milioni di immatricolazioni è il dato di chiusura previsto per l'anno in corso, con un +3,8% rispetto al 2013). Da PwC Autofacts, dunque, una serie di stime positive per il futuro di FCA in Italia che fanno il paio con le recenti dichiarazioni di Marchionne: «Quando ripartirà completamente la macchina industriale - aveva precisato a inizio mese dal Salone di Parigi - i lavoratori adesso in cassa integrazione rientreranno tutti. Gli investimenti li stiamo facendo». Intanto, nella «top ten» Jato dei veicoli più venduti nel mese, a settembre rispunta un'italiana: la Fiat 500, al decimo posto, e pronta a insidiare la nona posizione della Opel Astra. Era da marzo che un'italiana (sempre la 500) non compariva nella classifica guidata dall'inamovibile Volkswagen Golf.
(Fonte: www.ilgiornale.it - 19/10/2014)

domenica 19 ottobre 2014

Quando non c'era FCA: la Fiat dell'Avvocato


Fiat non c'è più. Al suo posto è nata FCA (Fiat Chrysler Automobiles), frutto della fusione fra il gruppo di Torino e quello di Detroit.
AGLI ALBORI DELLE QUATTRO RUOTE - La Fiat, Fabbrica Automobili Torino, era stata fondata esattamente 125 anni e tre mesi fa per iniziativa di alcuni nobili torinesi ai quali si unì Giovanni Agnelli, il capostipite di una famiglia che ha legato i propri destini a quelli dell'Italia per oltre un secolo. Davanti a questa svolta epocale di quella che per oltre cento anni è stata la più grande industria italiana non è solo per curiosità che è giusto chiedersi quale sarebbe stato il giudizio di Giovanni Agnelli, il nipote del fondatore, se avesse potuto assistere a questa evoluzione di quella che per decenni è stata la sua creatura.
AVVOCATO E INTERNAZIONALISTA - Anche i suoi maggiori detrattori all'Avvocato hanno sempre riconosciuto una vena internazionalista. Magari un po' dandy, forse più da salotto che da piano industriale, ma sicuramente attenta a ciò che avveniva al di là delle Alpi. Con un occhio rivolto particolarmente alla Francia e agli amatissimi Stati Uniti. Unire il marchio Fiat, al quale era particolarmente affezionato a quello di un'azienda storica come Chrysler lo avrebbe fatto sicuramente felice. Sicuramente di una cosa sarebbe stato enormemente soddisfatto: che alla guida del nuovo nuovo gruppo fortemente imparentato con gli americani ci fosse ancora la famiglia, la sua famiglia, la famiglia degli Agnelli.
TUTTO IL POTERE A GIANNI - Gianni Agnelli, fin da quando aveva smesso di bighellonare nel bel mondo per trasformarsi in un umile discepolo del mitico Vittorio Valletta, era stato guidato da una fidata stella polare: conservare e aumentare i possedimenti degli Agnelli. Ed è noto che spinse questa missione fino a fare degli Agnelli una sorta di famiglia regnante, con una corte, uno stile, un rituale e un culto: quello di fare diventare sempre più grande il potere che emanava da Torino. Spesso, come giustamente gli è stato rimproverato per anni, ampiamente a spese dello Stato, cioè del resto degli inconsapevoli italiani.
UN GUARDIANO CHIAMATO CUCCIA - Per raggiungere questo obiettivo l'Avvocato, dal giorno che prese le redini dell'azienda, pretese una garanzia, che il potere degli Agnelli, a partire da quello in famiglia, fosse concentrato tutto nelle sue mani. Tutt'al più poteva poteva concepire qualche figura collaterale che lo affiancasse nel conseguimento dei suoi traguardi. Come fu soprattutto Enrico Cuccia, potente cane da guardia per tutta la sua carriera degli interessi di Fiat, dalle ovattate, o per meglio dire blindate, stanze di Mediobanca.
PADRONI IN CASA PROPRIA - Quanto fosse attaccato a questo senso assoluto del possesso di tutto ciò che portava impresso, direttamente o indirettamente, il marchio Fiat, l'Avvocato lo dimostrò in tutta la sua evidenza quando, nel pieno di una delle crisi ricorrenti dell'azienda, respinse le insistenti avance della Ford: «Ognuno deve comandare in casa propria», disse con garbo, ma ferrea determinatezza ai giornalisti al termine di una assemblea del gruppo. E con queste poche parole mise la parola fine ad una trattativa che aveva tenuto con per settimane con il fiato sospeso lavoratori, sindacati, mondo politico.
IL MISTERO GHEDDAFI - Gianni Agnelli si muoveva come un re e provava un gusto particolare a liquidare con una battuta grandi questioni. Si comportò così anche quando si trattò di chiudere uno degli episodi più misteriosi della storia di Fiat. Era accaduto infatti che all'inizio degli anni settanta gli Agnelli, a corto di soldi, furono nella necessità, per non chiudere o vendere, di trovarsi un robusto finanziatore. Il cavaliere bianco, al quale affidare il 13 per cento di Fiat, arrivò a Torino, ma inaspettatamente aveva il volto di Gheddafi, il dittatore che in quello stesso periodo dagli Stati Uniti si era guadagnato il «wanted» di nemico pubblico numero uno degli americani. «La Lafico, la società che rappresenta Gheddafi, ci ha restituito le nostre azioni. A noi è andata bene e loro hanno fatto un buon affare», confidò ai giornalisti, ancora al termine di una assemblea. E così chiuse la partita libica. Quella volta non si trattò di una battuta e nemmeno di una informazione, perchè l'Avvocato si guardò bene di spiegare come mai un pacchetto decisivo per il controllo di Fiat fosse finito, senza correre alcun rischio, nelle mani di un signore che andava organizzando attentati in mezzo mondo.
UN COLPO DA 3500 MILIARDI DI LIRE - Ma il vero colpo da maestro l'Avvocato lo mise a segno con General Motors. Convinse infatti gli americani a firmare un contratto per un acquisto ritardato della Fiat. Quando venne il momento di onorare l'impegno il gruppo torinese era ormai talmente a pezzi che GM preferì pagare 3500 miliardi di lire pur di non accollarsi quel ferro da stiro italiano. Quei soldi servirono alla rinascita dell'azienda proprio quando sembrava sul punto di collassare. Il resto, quando l'Avvocato ormai non c'era più, per una piccola parte lo fece Sergio Marchionne. Poi ci fu l'avvento di quel miracolo chiamato Chrysler. Un miracolo figlio sia della crisi dell'auto americana, sia del gesto disperato di Obama di regalare, per salvarla, una delle fabbriche più prestigiose d'America ai torinesi (ma guidati da un italo-canadese).
FINISCE FIAT, COMINCIA FCA - Come è andata a finire lo sappiamo. La sede legale di Fiat se ne è andata in Olanda, quella fiscale a Londra, le azioni a Wall Street. E le fabbriche? Marchionne ha garantito che quelle che sono rimaste in Italia non prederanno il volo per lidi più profittevoli.
L'ULTIMA PROFEZIA DELL'AVVOCATO - Al manager italo canadese è giusto dare fiducia. Ma anche lui conosce la profezia dell'Avvocato sul destino dell' industria automobilistica mondiale: «Resteranno in vita solo sei marchi, non di più», vaticinò Gianni Agnelli. In circolazione ci sono ancora ancora 9-10 marchi. Per chi suonerà la prossima campana?
(Fonte: http://economia.diariodelweb.it - 10/10/2014)

sabato 18 ottobre 2014

Ferrari festeggia 60 anni in America


Party a Beverly Hills per Ferrari, che celebra sessant’anni da quando si affacciò sul mercato americano. I riflettori erano puntati sulla nuova decappottabile lanciata per l’occasione, battezzata non a caso F60 America, e sugli ospiti del Gala. Sul tappeto rosso in prima fila, Sergio Marchionne, numero uno di Fiat Chrysler e da domani nuovo presidente del Cavallino. La nuova vettura è la prima in 23 anni a “vedere la luce” senza il varo di Luca Cordero di Montezemolo, che a settembre ha ceduto le redini a Marchionne. Un avvicendamento che diventerà ufficiale domani, lo stesso lunedì 13 ottobre in cui Fiat Chrysler Automobiles (FCA) sbarcherà a Wall Street. E oggi i festeggiamenti proseguono, con la sfilata delle auto che hanno segnato quei sessant’anni di Ferrari: “Race Through The Decades 1954-2014” a Los Angeles sarà l’ultimo appuntamento ufficiale ancora sotto la presidenza di Montezemolo, prima che l'addio diventi effettivo. La parata delle più esclusive e rare Ferrari degli Stati Uniti (tra cui la prima portata in America) renderà protagoniste le 60 più spettacolari auto del marchio. Tra esse ci saranno anche alcune auto-icona rese famose da Hollywood: la Ferrari 308 GTS protagonista di “Magnum, P.I.”, la Testarossa di “Miami Vice”, la 275 GTB di Steve McQueen. Marchionne si è distinto, sotto gli scatti dei fotografi del gala di Beverly Hills, anche violando il codice “Black tie” della festa. Niente smoking e cravatta nera per lui, ma l’informale maglioncino diventato suo personale simbolo di stile. La trasgressione che non valeva per gli altri invitati. Massima eleganza per l’attrice Megan Fox, reduce dalla presentazione del nuovo film 'Teenage Mutant Ninja Turtles' a Berlino, e per il marito, il collega sui set Brian Austin Green. Sono arrivati a bordo di una delle vetture più esclusive di Ferrari, la F12. Lui alla guida in smoking, lei in abito rosso lungo. Ad accompagnare il lancio della nuova auto firmata Ferrari, il cui stile rimanda alla “North American Racing Team”, la scuderia creata nel 1958 dal pilota italoamericano Luigi Chinetti, anche un sottofondo di musica da camera e una esibizione di Mary J. Blige. Gli invitati hanno anche raccolto 900.000 dollari in un’asta di beneficenza a favore di Daybreak, ramo americano della organizzazione che per 25 anni si è occupata di rare malattie genetiche. Solo dieci i modelli prodotti della decappottabile con motore V12 e dal prezzo di 2,5 milioni di dollari, tutti venduti a collezionisti americani. Una scelta che riprende la tendenza degli anni Cinquanta e Sessanta, quando le vetture venivano prodotte in numero limitato e su richiesta. Lo storico marchio vuole restare esclusivo, con pochi esemplari a far stridere le ruote nel mondo. “Non c’è mercato più importante del Nord America per Ferrari”, ha commentato Marchionne alla serata, parlando con USA Today. Con una provocazione alla clientela di massa e una strizzata d’occhio ai pochi che possono permettersi l’acquisto delle auto di lusso: possedere una Ferrari “è quasi una dipendenza”.
(Fonte: http://america24.com - 12/10/2014)

venerdì 17 ottobre 2014

Rinvio a giugno per il Milano Auto Show


Il Salone dell’Auto di Milano non si farà a dicembre, ma il prossimo giugno. E a organizzarlo sarà sempre Alfredo Cazzola, titolare della Promotor che affiancherà anche GL Events nel Motor Show di Bologna. Dunque, il doppio appuntamento, per quest’anno, è scongiurato: la città emiliana avrà la sua kermesse invernale il prossimo dicembre, all’insegna dello sport (e il rientrante Memorial Bettega sarà il momento più importante), mentre la rassegna milanese godrà del traino dell’Expo, che si aprirà nel capoluogo il prossimo 1° maggio. In futuro, è prevedibile che le due manifestazioni, riunite a sorpresa sotto la stessa gestione, si svolgeranno ad anni alterni, ricominciando da Bologna nel 2016. Potrebbe così concludersi una “guerra” tra Saloni, che rischiava di vedere entrambi gli eventi sconfitti, a fronte della penuria di risorse messe in campo dalle Case auto: al Milano Auto Show, del resto, avevano finora dichiarato di aderire solo il Gruppo Fiat e l’Audi.
(Fonte: www.quattroruote.it - 9/10/2014)

giovedì 16 ottobre 2014

Fiat 500X (2): lo stile secondo Giolito


Un prodotto completamente nuovo col marchio Fiat non si vede tutti i giorni. Per questo, al Salone di Parigi, dove debutta la 500X, ilfattoquotidiano.it ha incontrato il responsabile del design del gruppo FCA per i mercati Emea (Europa, Medio Oriente, Africa), il 52enne Roberto Giolito, padre fra l’altro della prima Multipla e della concept Trepiùno, da cui ebbe origine la 500 del 2007. Raccontando il progetto della piccola “500 Suv”, che condivide la base meccanica con la Jeep Renegade, Giolito spiega che la “X” non nasce semplicemente adattando il vestito della 500 a forme più generose, ma da un lavoro di evoluzione che apre la strada alla prossima generazione della 500. E a proposito della spider Fiat, sviluppata insieme alla Mazda e attesa per il 2015, lascia intuire che avrà una versione sportiva targata Abarth.
Come avete disegnato una 500 sulla stessa base su cui è stata disegnata una Jeep?
Non si è trattato di adattare il vestito della 500 sulla piattaforma della Renegade, ma di costruirne uno nuovo nella sua essenza. Le piattaforme hanno enormi potenzialità e si fanno prima di tutto per essere modulari: oggi si possono fare auto molto diverse sulla stessa piattaforma. Non è più tempo delle sinergie “cambio le porte, o cambio il cofano, e ho un’altra vettura”. Oggi la questione è mostrare carattere e personalità: la Renegade è uscita prima, la 500X esce appena dopo, le sinergie fanno per condividere gli investimenti, non le forme.
Di quello che si vede, dentro e fuori, che cos’hanno in comune i progetti Renegade e 500X?
I comandi del clima, le coperture della parte bassa dell’abitacolo, come la parte bassa dei sedili, la moquette del pavimento... questo sì, perché sono tappeti ad accoppiarsi perfettamente con le lamiere dell’autotelaio. Ma tutto il resto è assolutamente dedicato a creare l’ambiente della 500, anche e soprattutto nell’abitacolo.
La Fiat 500 è un’icona: come si fa a declinare un’icona in tante forme e dimensioni – penso alla 500L, e ora alla 500X – senza “storpiarla”?
Storpiare significa “stiracchiare” le linee, mentre fra la 500 e la 500X c’è stato un “morphing armonico”, uno sviluppo che mostra un’evoluzione. Anzi, secondo me sulla 500X abbiamo sviluppato il concetto originario della 500 in maniera ancora più lungimirante: su quest’auto abbiamo trovato quello che ci serve per la prossima 500. È lì che vorremmo andare: verso una forma più visibile e più muscolosa, più dinamica. Abbiamo messo in questa vettura agilità ed energia, mantenendo però la semplicità, che non era facile. Mai mi sarei azzardato, per esempio, di mettere una griglia sul muso della 500X: sulla 500 non si può mettere in risalto una “dentatura”, come ce l’hanno molti Suv per fare vedere che si “mangiano” le altre macchine. O la semplicità della fiancata: se facessimo un giro del Salone vedremmo che nessuno rinuncia alla “linea di carattere”, cioè al segno che scalfisce la fiancata, e che è stra-abusato nel mondo del car design. Sulla 500 non ci siamo mai fatti questo problema: dal muso alla coda creiamo un’unica forma tridimensionale. Noi la chiamiamo “linea di carattere a 360°”, e viene dall’antesignana del ’57: gira tutt’intorno alla macchina, in orizzontale.
Dal piano industriale presentato a maggio abbiamo capito che i prodotti Fiat si divideranno in due linee, la “famiglia 500′′ e quella delle vetture più “utilitarie”. Avete intenzione di rafforzare il family feeling della famiglia “Panda-Qubo-Freemont”?
Io non sono un fautore delle automobili fatte con lo stampo, ma avremo una “famiglia in armonia”. Anche fosse una compatta del segmento C, il più generico dei segmenti, vorrei che alla fine rimanesse un’impressione di fruibilità e di utilità, che è proprio quella del marchio Fiat. Per me “family harmony” è un concetto più importante di “family feeling”, che spesso comporta che una volta trovato un concetto lo applichi su tutti i modelli finché non diventa stancante.
Quanto pesa il successo della strategia Mini nella vostra scelta di disegnare un’intera famiglia di modelli 500?
La Mini c’era già prima che esordissimo con la 500, quindi è stato un riferimento, un caso di successo della riaffermazione di un modello classico riportato all’attualità. Il fatto stesso che fino ad ora non ci siano state sovrapposizioni fa capire che le due operazioni sono nate spontaneamente dalla voglia di rimettere in gioco i valori dei due marchi: la 500, almeno finché era solo nella versione tre porte, non arrivava né per prezzo né per dimensioni alla versioni base della Mini. Le due vetture si sono giocate dei ruoli diversi.
Lei è anche responsabile del design dell’Abarth. Non pensa che come marchio, Abarth sia un po’ sacrificato? Ha solo versioni speciali di modelli esistenti...
Sì, oggi potrebbe essere definita come la linea sportiva delle 500. Però il marchio dello scorpione nella sua natura ha sempre valorizzato il minimo. Il pungolo di Karl Abarth era fare in modo che i telai e i motori più piccoli potessero competere con vetture ben più sostanziose dal punto di vista dei cavalli e delle dimensioni. Questa è ancora una delle peculiarità del marchio Abarth, e più la gamma Fiat si aprirà, più Abarth potrà esprimersi. Nulla vieta però ad Abarth di uscire sul mercato con vetture sportive “tout cout”, di cui presto vedremo le prime manifestazioni. Non posso dire niente, ma prometto solo che ci saranno delle sorprese.
A proposito, un’ultima domanda sul progetto che state sviluppando insieme alla Mazda. Come avete impostato il lavoro con i giapponesi?
Un team serio che fa design e ingegneria come quello di FCA si interfaccia in maniera brillante e sostanziosa con un team rigorosamente basato sui processi com’è la Mazda: funziona tutto molto bene, ormai da qualche mese siamo in procinto di raggiungere tutti gli obiettivi del progetto. Abbiamo compartecipato agli investimenti, lavorando insieme fin dall’inizio. Non posso dire nulla di più, ma in questo progetto c’è parzialmente la risposta alla sua domanda sul futuro delle accezioni sportive del marchio Fiat e sull’Abarth. La Mazda MX-5 è già uscita, è esposta in questo Salone, ma noi non le abbiamo semplicemente cambiato la pelle: la nostra vettura sarà estremamente peculiare dei valori del marchio Fiat e della sua interpretazione più sportiva.
(Fonte: www.ilfattoquotidiano.it - 8/10/2014)

mercoledì 15 ottobre 2014

Fiat 500X (1): perché ha una marcia in più


La nuova Fiat 500X ha ottenuto subito un record, quello della conferenza stampa di Olivier François, a capo del marchio Fiat, la più lunga del Salone di Parigi: 18 minuti e 20 secondi. Curiosità a parte, la 500X ha convinto gran parte degli addetti ai lavori. Mi sono fermato a lungo allo stand proprio per vedere le reazioni: “magnifique” per i francesi, i più convinti, “schön” per i tedeschi. E in effetti il prodotto sembra riuscito. L’auto è “furba” e realizzata bene. La qualità è superiore alla media della gamma, segno che a Melfi è stato fatto un buon lavoro. Così come questa volta sui contenuti di tecnologia non si può dire nulla. Su tutti il cambio automatico a 9 marce: nessuna concorrente offre altrettanto. Il design poi sembra vincente: difficile trovare una concorrente nel segmento C (la lunghezza della 500X è la stesse della VW Golf) con più fascino e personalità. Più riuscita la versione off-road rispetto a quella cittadina. Un’auto di conquista come la 500L (“2/3 dei clienti non erano Fiat” racconta Olivier François) e destinata a raggiungere con facilità i 100 mila pezzi l’anno (a partire dal 2016 con il contributo di tutti i 100 mercati dove sarà in vendita). Un’auto che può piacere a New York e Los Angeles come in Cina, dove potrebbe essere l’arma giusta per far decollare (finalmente) le vendite Fiat. Così come sembra aver ragione Marchionne quando dice che non ci sarà concorrenza tra 500X e Jeep Renegade: pur gemelle le auto sono completamente diverse, tanto è trendy la 500X quanto è sgraziata la Renegade (ma con il marchio Jeep si potrebbe vendere anche una vecchia Trabant). Due aspetti lasciano qualche dubbio: nonostante le rassicurazioni di Gianluca Italia, a capo del marchio Fiat in Emea, la 500X potrebbe sottrarre, in particolare in Europa, non pochi clienti alla 500L. Il prezzo sarà differente ma la tendenza sembra inevitabile. Così come la versione cittadina sembra a prima vista molto femminile e poco adatta al mercato delle flotte che invece rappresenta i volumi più importanti del segmento C. Dettagli.
(Fonte: www.carblogger.it - 6/10/2014)

martedì 14 ottobre 2014

FCA a Wall Street (2): la cronaca dell'esordio


Esordio positivo e successiva frenata per Fiat Chrysler Automobiles a Wall Street. Al debutto il titolo FCA è stato richiesto a 9,19 dollari, in rialzo del 5,6%, per poi ritracciare attorno a 9,07 dollari e infine passare in terreno negativo a 8,86 dollari. In Piazza Affari, dove FCA ha preso il posto dopo 111 anni della vecchia Fiat, la quotazione è rimasta positiva fino alla chiusura a 7,025 (+1,2%). A Wall Street FCA chiude in calo dell’1,00% a 8,91 dollari per azione. La giornata è stata seguita da New York dai vertici di FCA, il presidente John Elkann e l’amministratore delegato, Sergio Marchionne, che hanno suonato la campanella di chiusura delle contrattazioni alle 16 (le 22 italiane), visto che non essendo una ipo vera e propria ma una conversione azionaria non è previsto il suono della campanella d’inizio. «La nascita ufficiale di Fiat Chrysler Automobiles con il suo debutto al New York Stock Exchange rappresenta un momento storico», ha commentato Elkann in una nota. «A partire dalla fondamenta e dalle aspirazioni di Fiat e Chrysler si apre oggi una fase completamente nuova, che ci consentirà di affrontare da protagonisti il futuro del settore automobilistico mondiale». Per Marchionne si tratta del «culmine del lavoro che abbiamo fatto negli ultimi cinque anni e mezzo per raggiungere un’unione straordinaria. FCA ha stabilito un percorso di crescita aggressivo, sulla base degli obiettivi annunciati durante l’Investor Day del 6 maggio», ha continuato il capoazienda, «la strada che abbiamo scelto non è quella più facile né quella che richiede lo sforzo minore. Eppure, come tante pietre miliari, non rappresenta solo la fine di qualcosa, ma è soprattutto un nuovo inizio. La giornata di oggi segna l’inizio del nostro viaggio come FCA, come un unico costruttore globale». Definita la partita finanziaria, restano i simboli, come la bandiera. Così da questa mattina sul palazzo del Lingotto, a Torino, è stata issata la bandiera bianca con il nuovo logo blu del gruppo automobilistico ed è stata tolta la targa Fiat: la nuova sede del gruppo è infatti in Olanda, mentre la residenza fiscale è a Londra.
(Fonte: www.corriere.it - 13/10/2014)

lunedì 13 ottobre 2014

FCA a Wall Street (1): una sfida "mondiale"


Se è vero che Warren Buffett, detto l’Oracolo di Omaha, non ne sbaglia una (o quasi), chi scommette sulla galoppata del gruppo Fiat Chrysler Automobiles in Nord America può fregarsi le mani. L’ottantaquattrenne finanziere-industriale del Nebraska ha infatti appena comprato il Van Tuyl Group, una delle più importanti catene di concessionarie d’auto d’America. Vende macchine in dieci Stati, conta già su 78 negozi e ha in programma di espandersi. Anche se Buffett possiede il 2 per cento di General Motors, i suoi nuovi car-shop sono ecumenici e commercializzano vetture di parecchi brand. Sulla Marguerite Parkway di Mission Viejo, California, per esempio, c’è la South County che tratta Fiat e Maserati, mentre a Scottsdale, in Arizona, c’è la Airpark con in bella vista Jeep, Chrysler e Dodge. In settembre, le marche americane del gruppo FCA hanno continuato la domestica rincorsa, regalandosi addirittura il sorpasso ai danni di Toyota. Sergio Marchionne lo ha sottolineato soddisfatto, alla conferenza stampa del 2 ottobre al Mondial de l’Automobile di Parigi. Dopo il 2018, al termine dell’ambizioso piano quinquennale che dovrà portare il gruppo a vendere 7 milioni di auto nel mondo, Marchionne se ne andrà. Lo ha detto a “Business Week”. E mentre si scatena il toto-delfino, con Mike Manley della Jeep in cima alla lista, il gruppo festeggia il 54esimo mese consecutivo di crescita negli Stati Uniti e in Canada. Negli U.S.A. in settembre ha incrementato le vendite del 19 per cento: in grande spolvero soprattutto il marchio Jeep - il gioiello della corona - che ha registrato un vistoso più 43 per cento, seguito dalla marca Ram, con più 30 per cento (i dati finora disponibili relativi a tutti i mercati, fermi al mese di agosto, si trovano nella figura qui sopra). Marchionne ha rivelato che la produzione della prossima generazione della minivan Town & Country della Chrysler sarà avviata nel febbraio 2015, un anno prima rispetto a quanto indicato nel piano industriale presentato in pompa magna cinque mesi fa a Auburn Hills, Detroit. Dunque la FCA corre, in Nord America, e lo slancio potrebbe ovviamente avere un impatto anche sulle quotazioni del nuovo titolo, che esordisce il 13 ottobre a Wall Street. In Europa, invece, corre meno e di debutti anticipati, per ora, non c’è ombra. La 500X, detta anche Cinquecentona, è stata la reginetta della rassegna parigina, ma lo scetticismo ampiamente esibito da Marchionne a proposito della ripresa del Vecchio Continente non lascia trasparire l’intenzione di sfornare in fretta troppe novità. Fa eccezione l’Alfa Romeo. Il rilancio del marchio del Biscione è il dossier italiano che sta più a cuore al boss. Gli ingegneri al lavoro sui nuovi modelli crescono di numero - circa 250, pare, dei 600 uomini impegnati sull’Alfa Project - e nei capannoni “segreti” di Modena si sgobba senza pause. Anche i fornitori sono stati messi alla frusta. Tuttavia, ancora non si ha la certezza assoluta di quando la prima new Alfa sbarcherà in concessionaria. Sulla carta la capofila delle Alfa del nuovo corso dovrebbe debuttare il 24 giugno 2015. È lo stesso giorno in cui, nel 1910, venne fondata la casa - allora- milanese e per quella data il gran capo ha promesso grandi novità. È ipotizzabile che sarà il giorno di nascita della nuova Giulia, ma con Marchionne gli slalom sono sempre dietro l’angolo. Una cosa è certa: sulla rinascita dell’Alfa stavolta ci ha messo la faccia. Un altro rinvio, magari motivato con la depressione del mercato europeo, sembra impensabile. Per sfornare i cinque nuovi modelli promessi entro il 2018 ci vogliono, a spanne, cinque miliardi. Marchionne, ai tempi della presentazione del piano industriale 2014-2018, aveva però fatto capire che i quattrini necessari sarebbero stati spesi “a rate”, e che per passare alla fase successiva sarebbe stato necessario il successo del modello precedente. A Cassino, dove si produrranno le Alfa della nouvelle vague, incrociano le dita e si augurano che la Giulia parta alla grande. La sfida più ambiziosa sul tappeto, tuttavia, si chiama Jeep. Perché se l’Alfa deve risalire dalle 80 mila vetture scarse del 2013 a quota 400 mila, per il mitico marchio yankee il compito è ancora più tosto. Alla Jeep, infatti, è stato dato l’obiettivo di salire a 1,9 milioni di immatricolazioni nel 2018. Nel 2013, la marca americana ha venduto 732 mila veicoli. Un prodigioso balzo in avanti che prevede incrementi annui del 50 per cento in America Latina, del 45 per cento in Asia e nel Pacifico, del 35 per cento in Europa, Medio Oriente e Africa (la cosiddetta area Emea) e del 10 per cento scarso nella zona Nafta (U.S.A., Canada e Messico). Nei cinque mesi trascorsi dall’annuncio di questa escalation-monstre, Marchionne ha dedicato a Jeep il massimo sforzo e, soprattutto, si è affidato all’indiscusso numero uno del brand, Mike Manley, che è pure capo dell’intero gruppo FCA nell’area Asia-Pacifico e potenziale delfino del manager italo-canadese. Inglese, è entrato in Chrysler nel 2000, quando la casa di Detroit era sposata con i tedeschi della Daimler. Potrebbe portare la Jeep al milione tondo di vendite già quest’anno. L’altro fedelissimo, l’americano Richard Tobin, con le auto non c’entra. Guida Cnh International, che fa trattori, macchine movimento terra e camion, un business mediaticamente meno affascinante ma redditizio. In Nord America la scommessa-Jeep è tutto sommato ragionevole, mentre in Brasile il gruppo, nonostante le difficoltà economiche che il Paese attraversa, quando non è il primo nella classifica delle vendite è il secondo. Nel nuovo impianto di Goiana (Pernambuco), un investimento da 1,3 milioni, si comincerà a produrre all’inizio del 2015 la Renegade, la Suv-crossover compatta già in produzione a Melfi e sorella della 500X. Al contrario la sfida appare veramente titanica in Asia. Non per niente Manley sta passando parecchio tempo in Cina, dove FCA nel giugno scorso ha cominciato a costruire con il socio locale Gac lo stabilimento di Guangzhou, nel distretto di Panyu. Sarà pronto nell’estate 2016 e dovrà mettere il turbo alla svelta, per sfornare le 160 mila vetture previste dalla sua capacità produttiva, dato che il piano “vede” la produzione asiatica (dovrà partire pure l’India) di Jeep issarsi a mezzo milione di macchine l’anno nel 2018. In Europa l’asticella è fissata a 200 mila unità annue - come in America Latina - e sembra giustificato l’ottimismo intorno alla fresca Renegade made in Basilicata. Più difficile far decollare i numeri della Cherokee, che si deve battere con rivali temibili e viene venduta in Europa a prezzi assai più alti che in patria. D’altro canto, abbassare i listini significa abbattere la redditività, un atavico problema per la Fiat, con l’eccezione della modaiola 500, al settimo anno di vita e capostipite di un “quasi-brand”. Ma dove vanno reinvestiti gli utili realizzati in Nord America? Nella stessa zona per rafforzarsi ulteriormente, nell’arrembante mercato asiatico oppure nel Vecchio Continente, per rimettere in carreggiata la zoppicante brigata europea dell’armata Marchionne? Un bel dilemma. In Italia, intanto, brilla la stella Maserati. La Ghibli va bene e ci sono grandi aspettative per il Suv che si chiamerà Levante: quest’anno la Maserati venderà 35 mila auto e le 75 mila unità programmate per il fatidico 2018 non sono più così lontane. Nonostante il boom del Tridente e dei vicini di casa della Ferrari, comunque, il sempre più evidente spostamento del baricentro verso il Nord America acuisce le tensioni tra i vertici in Italia. Abbondano le voci di malumori tra Alfredo Altavilla, capo di Fiat Chrysler per l’Emea, e il tedesco Harald Wester, capo di Maserati e Alfa. E si maligna di scarso fair-play nel sottolineare gli insuccessi ascrivibili all’altro. Del tipo: Wester che ha fatto poco per l’Alfa negli anni delle rinascite mai avvenute, il motore twin-air bicilindrico sponsorizzato da Altavilla che sta perdendo il confronto con i tre cilindri della concorrenza, per esempio. Sia Altavilla che Wester, si dice, hanno cullato l’idea di essere i numeri due del boss. Poi hanno capito che, ammesso possa esistere un numero due di Marchionne, probabilmente sta a Detroit. E non in Italia.
(Fonte: http://espresso.repubblica.it - 10/10/2014)

domenica 12 ottobre 2014

Renzi-Marchionne, una "amicizia" che potrebbe fare bene agli automobilisti italiani


4 ore ad Auburn Hills nel quartier generale di Fiat Chrysler Automobiles, ora definito da tutti come il secondo edificio più grande degli Stati Uniti dopo il Pentagono. Così la visita del premier Matteo Renzi a “casa Marchionne” ha tenuto banco sulle prime pagine dei giornali italiani. Buona parte dei commenti sono incentrati sui temi politici di stretta attualità (riforma del Lavoro e giudizi sull’operatore del Governo in primis). Ma c’è un risvolto potenzialmente positivo per noi automobilisti che secondo me vale la pena evidenziare: la presa di coscienza da parte del numero uno dell’esecutivo dell’importanza dell’industria dell’auto per l’economia di un Paese. E quindi (mi auguro), una nuova sensibilità su tutto ciò che può influire sulla salute del mercato dell’auto e sulle tasche di chi l’auto la compra e la usa. Renzi ha visto con i suoi occhi (io credo per la prima volta) cosa muove un costruttore di automobili. In termini industriali, economici, occupazionali e di investimenti in ricerca e sviluppo. Ha visto le auto di domani e probabilmente qualche prototipo che arriverà dopodomani. Ma soprattutto ha ascoltato il numero uno di una Casa automobilistica, Sergio Marchionne, da cui ha incassato garanzie sul ruolo che avranno gli stabilimenti italiani per il futuro del Gruppo “Made in Italy". Al di là dei mielosi convenevoli sui quali si può stare a discutere per ore, (Renzi: "Fiat e Chrysler mi piace, è straordinaria, eccitante ed esaltante" - Marchionne: "Renzi non ha paura: questo abbiamo in comune”) adesso possiamo sperare che il Governo cambi approccio nel modo di considerare l’automobile e gli automobilisti. Che non sono solo una categoria da spremere direttamente o indirettamente con gli aumenti di IVA, IPT, bollo, superbollo, RC, accise sulla benzina e chi più ne ha più ne metta. Perchè l’uso e l’acquisto dell’automobile fa muovere una filiera che vale il 12% del PIL e occupa 1.200.000 persone. Dunque merita più considerazione politica. Forse Renzi lo ha capito e ora lo deve spiegare ai suoi Ministri. Incrociamo le dita, ancora un volta, sperando sia l’ultima.
(Fonte: www.omniauto.it - 29/9/2014)

sabato 11 ottobre 2014

In arrivo una moto Ferrari?


Potrebbe essere solo un esercizio di stile o un tentativo di depistare le previsioni su un binario morto, ma la notizia è che Ferrari ha depositato la richiesta di brevetto per un motore due cilindri. Non solo: insieme con la richiesta erano allegate alcune immagini, a solo titolo dimostrativo, che mostrano il motore installato su una moto stile cruiser. Nel documento il progettista Ferrari Fabrizio Favaretto descrive il motore dicendo che non è necessario aggiungere masse di bilanciamento per l'albero motore, che a sua volta riduce il peso e le forze inerziali. È un’ipotesi che potrebbe aprire scenari interessanti per le rosse di Maranello: una moto Ferrari consentirebbe a Fiat Chrysler Automobiles (FCA) di valorizzare anche per le due ruote il brand del cavallino rampante, facendo concorrenza alla Ducati, di proprietà Audi, quindi Volkswagen. Questa decisione sarebbe avvallata anche dalle recenti dimissioni da presidente della Ferrari di Luca Cordero di Montezemolo, pare in contrasto con Marchionne circa il futuro della divisione vetture stradali di Ferrari e lo sfruttamento del marchio in nuovi modi. Ferrari ha anche brevettato il nome “Cavallino” per un futuro veicolo, ma non è dato sapere se è riferito alla moto V-Twin dell'altro brevetto. Nel passato della Casa automobilistica l’unico caso di moto Ferrari ufficiale montava un motore 4 cilindri in linea di 900 cm3 da 105 CV e fu costruita dalla David Kay Engineering, che ebbe il permesso di utilizzare il marchio da Piero Ferrari. Alla fine la moto è stata battuta all’asta nel 2012 a 85mila sterline (108mila euro circa), dopo aver fallito la vendita su eBay a 250mila (319mila euro).
(Fonte: www.insella.it - 7/10/2014)

venerdì 10 ottobre 2014

Fiat 500X: il simpatico spot dell'esordio


È lo spot che va per la maggiore sulla rete. E Fiat lo ha mostrato in anteprima al «Mondial» parigino dell'automobile. I protagonisti: Pitigliano, incantevole località della Maremma, un attempato (l'attore Ninì Salerno) alla ricerca di emozioni sotto le lenzuola, la moglie, la magica pillola blu e la nuova Fiat 500X. La trama: un pensionato si prepara a trascorrere una giornata bollente con la sua donna, ovviamente più giovane. E per evitare brutte figure si chiude in bagno, e dopo una spruzzatina di colonia, è pronto a ingoiare la pillola magica. Peccato, però, che gli scivoli dalla mano. Inutile cercare di riagguantarla. E inutile cercare di capire come giustificherà, con la seconda metà, eventuali «problemi» tecnici. La pillola, intanto, rimbalza sul davanzale e, tra un salto e l'altro, permette allo spettatore di gustarsi le bellezze di Pitigliano. Ed ecco il gran finale. A un distributore di carburante è ferma una Fiat 500 rossa. E fin qui nulla di strano. Il benzinaio apre lo sportellino sulla fiancata e la pillola blu decide di concludere la sua corsa proprio nel serbatoio. Il seguito? L'effetto è quasi immediato: la piccola vettura Fiat si trasforma, nello stupore generale, nella nuova 500X, «pronta all'azione». Tra gli sguardi interessati di alcune passanti. Realizzato dall'agenzia The Richards Group e diretto dal regista Antony Hoffman per la casa di produzione Filmmaster di Milano, il filmato è stato girato a Pitigliano, location scelta anche per esprimere al meglio l'italianità della 500X, tra un rintocco di campana, un calice di vino e l'inconfondibile paesaggio della Maremma toscana. Il video, che dura un minuto e 19 secondi, è già stato visto su Youtube più di 70.000 volte. In platea, nello stand, era presente l'intero stato maggiore di Fiat Chrysler Automobiles con il presidente John Elkann, l'a.d. Sergio Marchionne, i vari top manager e due ospiti, lo stilista Ermenegildo Zegna (che ha firmato un'edizione speciale della Maserati Ghibli) e il designer Ron Arad. Applausi, battute e risate, alla fine, per lo spot. E anche Marchionne ha sorriso parecchio. Per fortuna. Sembra, infatti, che l'a.d. di FCA abbia assistito al video per la prima volta proprio a Parigi. Con buona pace di Olivier François, capo del marchio Fiat, che ha fatto gli onori di casa allo stand, e gli ispiratori del filmato.
(Fonte: www.ilgiornale.it - 5/10/2014)

giovedì 9 ottobre 2014

Il nuovo inizio di Fiat: gli Agnelli più forti, ma serviranno altri soci


Accadrà di pomeriggio, alla fine delle contrattazioni. Tecnicamente infatti quella di FCA non è una 'Initial public offering', un'offerta pubblica iniziale di azioni. E solo alle Ipo è concesso l'onore di aprire le danze nella giornata finanziaria di Wall Street. Alle società già quotate altrove che scelgono di sbarcare alla Borsa di New York o di tornarci dopo un lungo periodo di assenza è invece concesso il privilegio di suonare la campana che chiude la giornata di contrattazioni. Alle 16 del 13 ottobre prossimo, quando in Italia saranno le 22, John Elkann e Sergio Marchionne suoneranno quella campana. Per festeggiare il listing di FCA, quella che per gli italiani è la nuova Fiat e per gli investitori U.S.A. è semplicemente il ritorno di Chrysler in Borsa. Gli effetti della quotazione a Wall Street saranno diversi e non tutti immediatamente percepibili. Il primo, nelle intenzioni dei vertici del Lingotto, sarà quello di aumentare il numero di azionisti americani nella società. Nelle settimane scorse, a ridosso della bufera sul diritto di recesso e la possibilità che restituisse le azioni più del 5 per cento del capitale sociale (con la conseguenza di far fallire l'intero progetto di fusione), il verbale dell'assemblea straordinaria degli azionisti Fiat ha fatto emergere un quadro per certi aspetti inedito. Perché accanto ai tradizionali soci europei era stata rappresentata alla riunione una cospicua quota di azionisti americani anche di modesto peso: fondi pensione di insegnanti di questo o quello stato, associazioni professionali, banche di piccolo taglio. Naturalmente la gran parte degli azionisti americani non ha partecipato all'assemblea di agosto, né per delega né, tantomeno, di persona. Questo fa ritenere che, dietro quei piccoli azionisti visibili si nasconda un gran numero di altri soci americani, un azionariato già diffuso. Dunque, nei road show che Marchionne e il suo responsabile finanziario Richard Palmer, si preparano a compiere nelle prossime settimane ('Ho detto a Richard: preparati almeno due cambi di biancheria'), l'obiettivo sono i grandi gruppi finanziari, quelli in grado di orientare le scelte del parco buoi di Wall Street. Il rischio infatti è di fare la fine di CNH, la società dei trattori e dei camion nata dallo spin off di Fiat, quotata a Wall Street e tuttora mossa negli scambi soprattutto nell'originaria piazza milanese dove ha mantenuto la quotazione secondaria. Ma come allettare i grandi investitori U.S.A.? FCA infatti non è una nuova società e dunque non porterà alla Borsa di New York un titolo totalmente nuovo ma un'azione che nasce dalla conversione di una share precedentemente esistente, l'azione Fiat. C'è bisogno di un chip, di una quota di azioni da gettare sul piatto per offrirla ai nuovi arrivati. Il tesoretto, ha più volte detto Marchionne in questi giorni, potrebbe arrivare da parte delle azioni consegnate per esercitare il diritto di recesso. Solo mercoledì si saprà quanti tra gli attuali soci hanno esercitato i diritti di opzione e prelazione sui titoli provenienti dal recesso, poco meno del 5 per cento per un valore complessivo superiore ai 400 milioni di euro. Si prevede che, tirate le somme, rimanga a disposizione del tesoretto una somma compresa tra il 2 e il 3 per cento. Che potrebbe rappresentare il primo incentivo, nel breve termine, per chiamare a raccolta gli investitori d'oltreoceano. Sul medio periodo invece la questione si fa più complessa e ha a che vedere con i diritti di voto concessi dalla legge olandese agli azionisti di lungo corso delle società. Un provvedimento preso a suo tempo dai governi dell'Aia per scoraggiare i fondi di investimento mordi e fuggi e spingere le società ad affidarsi a soci più stabili. Con il risultato di attirare in Olanda una gran quantità di aziende che prendono la sede legale nei Paesi Bassi per poter sfruttare i vantaggi del doppio voto concesso ai soci di lungo corso. Nel caso di FCA questo sistema potrebbe teoricamente avere due conseguenze. Se tutti gli attuali soci di Fiat eserciteranno l'opzione che consente loro di raddoppiare i diritti di voto, le proporzioni tra gli azionisti rimarrebbero sostanzialmente immutate: Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli, avrebbe il 30 per cento dei diritti di voto in FCA, la stessa percentuale che ha oggi in Fiat. Se anche gli altri soci esercitassero il diritto di ottenere il voto doppio, rimarrebbero con l'attuale 70 per cento complessivo. All'estremo opposto, se solo Exor decidesse di esercitare il diritto di voto doppio, rimarrebbe con il 46,15 per cento dei voti. Infatti l'attuale 30 per cento degli Agnelli diventerebbe teoricamente il 60 ma dovrebbe in parte diluirsi per il modificarsi del denominatore: 60 più 70 fa 130 e non 100. E 60 rappresenta il 46,15 per cento di 130. È matematicamente impossibile dunque che l'attuale 30 per cento di Exor superi, con il raddoppio dei diritti di voto, la soglia del 50 per cento. Un argomento che deve essere stato decisivo, nei giorni del recesso, per convincere una parte dei soci critici verso l'aumento di peso degli Agnelli nella nuova società, a non restituire il titolo. In sostanza, con la nascita di FCA, Exor si troverà ad avere tra il 30 e il 46,15 per cento dei diritti di voto a seconda delle scelte degli altri soci. È probabile che alla fine gli Agnelli si troveranno in mano circa il 40 per cento dei diritti di voto, il 10 per cento in più di quelli che hanno oggi in Fiat. Un bel gruzzolo e una potenziale leva per stringere accordi anche finanziari con altri partner al momento giusto. Anche perché con il trasferimento in Olanda perde importanza la soglia del 30 per cento delle azioni che secondo la legge italiana è quella che garantisce a chi la detiene il controllo della società perché obbliga chi voglia effettuare una scalata ostile a lanciare un'opa sull'intero capitale circolante. In Olanda la soglia del 30 per cento non esiste e dunque, teoricamente, gli Agnelli potrebbero diluirsi anche sotto il 30 per cento senza particolari conseguenze. Così, entro la fine dell'anno, il volto finanziario della Fiat è destinato a modificarsi radicalmente e senza possibilità di ritorno. Sarà contemporaneamente una società più aperta, perché quotata sulla principale piazza mondiale, e più chiusa, perché posseduta dall'azionista di maggioranza in quote maggiori di quelle di oggi. Ma proprio questo apparente paradosso potrebbe servire a gettare le basi per ulteriori evoluzioni, come quei piloni di cemento armato che svettano sui tetti delle case in costruzione in attesa che qualcuno decida di realizzare il piano successivo. Quel cuscino del 10-15 per cento in più di diritti di voto che gli Agnelli avranno in FCA potrebbe servire a far entrare nuovi soci o anche ad evitare di ricorrere a quell'aumento di capitale che la Borsa da tempo chiede a gran voce giudicando impossibile che il Lingotto possa finanziare con le attuali forze il piano di rilancio di Alfa Romeo. Un piano da 5 miliardi di euro che l'ingresso di nuovi partner potrebbe rendere meno gravoso per gli attuali azionisti. Il dilemma dovrà essere sciolto il 29 ottobre, in occasione del consiglio di amministrazione FCA in programma a Londra. Ci sono dunque due settimane a disposizione di Marchionne e Richard Palmer, quelle che intercorrono tra il giorno della quotazione a Wall Street e la riunione londinese, per sciogliere i nodi, trovare gli impegni dei nuovi investitori e proporre al cda un piano operativo in grado di garantire investimenti fino al 2016 quando l'ad ritiene che l'arrivo sul mercato dei nuovi modelli sarà in grado di generare cassa senza bisogno di ricorrere a nuove iniezioni di denaro. Chiusa con la quotazione a Wall Street la partita della fusione con Chrysler, sarà dunque questa la nuova partita per Sergio Marchionne.
(Fonte: www.repubblica.it - 6/10/2014)

mercoledì 8 ottobre 2014

Fiat lascia l'Italia e vola a Wall Street: addio al titolo dopo 111 anni


Centoundici anni dopo, il titolo Fiat sparisce dalla Borsa. Ci era arrivato nel 1903, quattro anni dopo la fondazione della Fabbrica Italiana Automobili Torino. L'ultimo giorno di contrattazioni del vecchio titolo sarà venerdì 10 ottobre. L'annuncio ufficiale è di questa mattina. Con un comunicato il Lingotto (ma sarebbe ormai più corretto dire Londra, dove ha sede il nuovo quartier generale del gruppo) annuncia che si sono verificate tutte le condizioni per la trasformazione pianificata da Marchionne e John Elkann nei mesi scorsi. Domenica 12 ottobre nascerà ufficialmente FCA, la società di diritto olandese con sede fiscale in Gran Bretagna che sostituirà la Fiat. Il giorno dopo, il 13 ottobre, mentre nelle vie di New York andrà in scena la tradizionale parata del Columbus Day, il titolo FCA verrà quotato a Wall Street e sul mercato telematico di Milano. Il passaggio di questo week-end, ormai annunciato e organizzato da tempo, è comunque un momento di grande importanza simbolica. Venerdì, con la chiusura di Piazza Affari, Fiat smetterà di essere un'azienda italiana, anzi cesserà proprio di esistere. Rimarrà italiano il suo azionista principale, Exor, la finanziaria degli Agnelli che ha trasferito la sua sede dalla storica palazzina torinese di corso Matteotti agli uffici del Lingotto. A Torino rimarrà la sede delle attività europee. La testa finanziaria del gruppo volerà a St James's street, nella city. Si completerà così, nel giro di un fine settimana, il disegno strategico annunciato da Gianni Agnelli quindici anni fa, nel 1999, in occasione della festa per il centenario della Fiat. "Siamo ancora troppo italiani, siamo un gruppo semi-internazionale". Oggi è un gruppo globale. Tanto che gli unici stabilimenti Fiat visitati dal presidente del Consiglio italiano sono a Detroit. Ai dipendenti della Penisola rimane la speranza che presto il piano produttivo del gruppo porti la realizzazione di nuovi modelli nelle fabbriche italiane. Per azzerare la cassa integrazione e, un giorno, tornare ad assumere.
(Fonte: www.repubblica.it - 7/10/2014)

martedì 7 ottobre 2014

Fiat 500X e Jeep Renegade: gemelle diverse


Se vi capita, provate a sottoporre a un'amica o a un amico (rigorosamente non appassionato di auto, altrimenti non vale) le foto di Jeep Renegade e Fiat 500X; chiedete loro, successivamente, cosa accomuna le due auto. Solo i più informati sulla finanza mondiale potrebbero rispondere: "Marchionne", ovvero l'appartenenza delle due vetture allo stesso Gruppo automobilistico, vale a dire FCA (Fiat Chrysler Automobiles). Tutti gli altri vi risponderanno con sicurezza: "nulla". Invece, sotto le due sorelle – o cugine se preferite – si cela la stessa piattaforma; derivata peraltro da quella della Fiat 500L. Miracolo? Scandalo? No. Semplicemente, così fan tutti. I pianali si prestano agli usi più disparati e per automobili apparentemente agli antipodi. Capita dunque di guardare la Fiat 500X, poi volgere lo sguardo alla ben più "rude" Jeep Renegade nello stand accanto in questo Salone di Parigi e pensare che l'una sia il giorno e l'altra la notte (a voi la scelta). Dove l'italiana presenta rotondità – quasi – da coupé, l'americana (che nasce comunque in Italia, più precisamente a Melfi) opta per spigoli e linee rette. Se all'italiana piace mostrare i muscoli, ma con discrezione, all'americana non fa difetto la voglia di apparire, per come è definita nei volumi. Insomma, più diverse non potrebbero essere, 500X e Renegade.
(Fonte: www.omniauto.it - 3/10/2014)

lunedì 6 ottobre 2014

Marchionne al Salone di Parigi: "I lavoratori in cassa integrazione rientreranno tutti"


Tutti i lavoratori degli stabilimenti italiani di Fiat-Chrysler oggi in cassa integrazione riprenderanno a lavorare. L’amministratore delegato Sergio Marchionne ribadisce ancora una volta che nel gruppo non ci saranno esuberi. Lo fa nello stand del Lingotto, al Salone dell’Auto di Parigi, dove la reginetta è la nuova 500X, il piccolo crossover prodotto a Melfi. «Quando ripartirà completamente la macchina industriale - dice Marchionne ai giornalisti - i lavoratori ora in cassa integrazione rientreranno tutti. Gli investimenti li stiamo facendo. L’ho sempre detto». Il manager italocanadese arriva al Salone molto presto per partecipare alla riunione dell’Acea, l’associazione dei costruttori europei. Poi ha una serie di incontri con i manager del gruppo nello stand. Ai cronisti che chiedono se sia ipotizzabile un ritorno ai dividendi prima del 2018, anno indicato dal piano di Auburn Hills, Marchionne risponde con una battuta: «o i dividendi o l’aumento di capitale». Una ricapitalizzazione, ha già spiegato, non servirebbe, ma l’ultima parola spetta al consiglio di amministrazione di fine mese, convocato per la prima volta fuori Italia, nella sede di Londra dove Fiat Chrysler Automobiles ha il domicilio fiscale. Marchionne insiste sulla necessità di un sostegno all’export e dà piena fiducia al governo. «Renzi - osserva - ha centomila cose da fare, arriverà anche a questo. Ci aspettiamo misure a sostegno dell’export e, tra le ipotesi, c’è quella di togliere l’Irap dalle esportazioni aggiuntive. Con questo governo abbiamo un filo diretto come con quello di Monti. Ho parlato con i ministri Guidi e Padoan, i tavoli sono aperti. Non è un discorso che interessa solo la Fiat, aiuterebbe le imprese a vendere di più all’estero». La 500X sarà commercializzata a partire da gennaio, poi in Europa e nel secondo trimestre del 2015 arriverà anche negli U.S.A., spiega il responsabile del brand Fiat, Olivier François. «È la nostra grande speranza», dice Alfredo Altavilla, Chief Operating Officer della regione Emea per FCA. «Come la Jeep Renegade - aggiunge - appartiene a un segmento di mercato che sta crescendo di più in Europa e anche in Italia con un incremento in entrambi i casi intorno al 15%».
(Fonte: www.lastampa.it - 3/10/2014)

domenica 5 ottobre 2014

Lancia: chissà se la "ri-lancia" Bonomi?


Di Andrea Bonomi, brillante imprenditore italiano alla testa di un gruppo di investimento finanziario internazionale - Investindustrial -, già protagonista dello straordinario rilancio di Ducati, acquistata per pochi spicci e in perdita e in pochi anni rivenduta, in salute e prestigio d'immagine, risanata, fattrice di utili, per 800 milioni di euro ad Audi, si parla in questi giorni per l'OPA su ClubMed che probabilmente si aggiudicherà. Ma Andrea Bonomi sta anche ritentando il gioco del rilancio di brand motoristici di prestigio con il piano su Aston Martin, acquisita due anni fa e per la quale ha concluso un accordo per la fornitura di motori, componenti e tecnologia con AMG, branca sportiva e prestazionale di Mercedes-Benz. La strategia è la stessa di Ducati, puntare sull'esclusività del brand, sulla sua immagine forte, tipicamente britannica nel caso dell'Aston e così diversa da Ferrari, Lamborghini, Porsche, sulla razionalizzazione e qualità della produzione, sulla capacità di piazzare delle vetture così esclusive sui mercati ricchi che le richiedono, gli Emirati fra tutti nei quali la "Bonomi Company" ha presenza e capacità di penetrazione. Ed ecco che nell'immaginare senza vincoli di pensiero una soluzione degna per rivalorizzare il brand Lancia, congelato per il prossimo futuro e ridotto a "solo Ypsilon solo Italia", la soluzione Bonomi e una liaison Aston Martin/Lancia appaiono ipotesi molto meno fantasiose di quel che possono sembrare al primo impatto. Ho già espresso la mia opinione su quali dovrebbero essere le linee di rilancio, meglio rifondazione, di Lancia. L'illustre marchio torinese è ancora oggi da un lato simbolo di classe, eleganza, gusto italiano, esclusività, originalità tecnica e stilistica, lusso certo ma raffinato, un po' snob e dall'altro ha segnato pagine memorabili nella storia dell'automobilismo sportivo, anche in questo caso con vetture originali e diverse dalle concorrenti, come Aurelia, le Sport e la Formula 1 degli anni '50, Fulvia HF, Stratos, 037, Delta Integrale. Penso a dirla tutta che oggi il marchio Lancia è rappresentato dalla pur ottima utilitaria di lusso Ypsilon, vale a dire proprio dall'unica tipologia di prodotto che un marchio che ha sempre avuto nel suo DNA l'esclusività, non dovrebbe avere in gamma. Penso in una parola che Lancia dovrebbe essere un marchio all'opposto "super-elitario" che proprio della sua diversità ed esclusività dovrebbe fare il suo punto di forza. Quindi una gamma prodotto Lancia fatta solo di specialties, icone esclusive come Stratos, Delta Integrale, Fulvia HF, un'ammiraglia superlussuosa, esclusiva e cara come Bentley o Rolls, un'Aurelia GT e Spider. Solo icone, snob e sprizzanti "italianità" da tutti i pori, niente piccole, medie e medie superiori, solo piccoli numeri, 5.000/7.000 vetture l'anno, essenzialmente vendute nei mercati ricchi, Emirati in testa appunto. Ed ecco che il connubio tra esclusività britannica ed esclusività italiana, sportività e lusso, eccellenza e originalità, assume improvvisamente un senso, molto meno fantasioso e molto più imprenditorialmente concreto. Andrea sarebbe l'artefice ideale, grandi capacità manageriali, strategia, visione, mercati, tra Aston e Lancia grandi sinergie possibili - la futura superberlina Lagonda per gli Emirati ad esempio potrebbe facilmente essere anche la superberlina Lancia - e una natura molto simile. Sono un vecchio pazzo? No, il potenziale di business di questo connubio è concreto e interessante, forse Andrea ci ha già pensato. La storia dell'auto è ricca di eventi apparentemente improbabili, la stessa vicenda Fiat Chrysler potrebbe essere portata ad esempio di assoluta, totale, positiva sorpresa di una scelta audace nata tra lo scetticismo generale. Come in quel caso, in cui Fiat è inaspettatamente riuscita dove Mercedes era drammaticamente fallita, perché mai un Bonomi dovrebbe trovare la chiave che FCA ha deciso di buttare? Lancia è un premium brand, anche se molto snaturato e scarsamente apprezzato e creare un premium brand da zero costa molto più che averlo, sia pure vuoto di prodotto. Gli analisti più generosi stimano il valore di Lancia oggi in poco più di un miliardo di euro, ma tutti gli altri, in considerazione della mancanza di prodotti non vanno oltre i 700 milioni per l'acquisto di un premium brand vuoto, tutto da riempire. Insomma briciole in termini macroeconomici. Il prestigioso marchio, carico di passate glorie illustri ma vuoto di attualità, sarebbe quasi regalato.
(Fonte: www.motori.it - 29/9/2014)

sabato 4 ottobre 2014

"Italia, land of Panda": Fiat prende in giro Audi nello spot della Panda Cross


Italia, Land of Quattro. O meglio: Italia, Land of Panda. Nel suo ultimo spot Fiat prende in giro Audi con un'irriverente pubblicità che riprende le ultime trovate di advertising dei Quattro Anelli storpiandone lo slogan. Protagonista del filmato è una nuova Fiat Panda Cross impegnata a districarsi tra fango, guadi e foreste, con Piero Chiambretti che presta la propria voce a questo spot comico. Lo scherzoso attacco al marchio premium tedesco riprende le campagne pubblicitarie di Audi nelle quali vengono mostrati alcuni esemplari di vetture a trazione integrale della gamma di Ingolstadt che si integrano in quello che Audi definisce come loro habitat naturale, l'Italia. Proprio con questo spunto Fiat ha fatto recitare a Piero Chiambretti una pubblicità simpatica e giocosa che prende in giro l'eccessiva serietà di molti spot automobilistici. Il comico italiano nello spot recita infatti: "Ce l'hanno detto anche in tedesco, questo è il paese del quattro per quattro. E' un paese di foreste, di fango, di neve, pensateci domani mattina quando guaderete un fiume per portare i bambini in piscina, o quando scenderete dalle montagne per fare la spesa, o magari quando proverete a parcheggiare in centro. Panda Cross: Italia, land of Panda". Anche questo nuovo spot della Fiat Panda Cross riprende così il taglio comico a cui ci avevano abituato i pubblicitari del Lingotto. In passato infatti vi sono stati altri esempi di pubblicità che facevano leva sull'ilarità, come ad esempio "Backseat Italians", nel quale una famiglia di immigrati italiani viveva sul sedile posteriore di una Fiat 500L, ma anche tutta la saga pubblicitaria della stessa vettura che ha visto diversi spot esilaranti proposti in tutta Europa.
(Fonte: www.autoblog.it - 22/9/2014)

venerdì 3 ottobre 2014

Salone di Parigi: svelata la Fiat 500X


Non poteva essere un debutto banale quello della 500X, ma era difficile immaginare una simile coreografia. La Fiat 500X è stata svelata nella prima giornata dedicata alla stampa internazionale attraverso un suggestivo reveal ideato e realizzato da Fiat e Ron Arad, uno dei designer più influenti del mondo. Arad ha firmato anche il progetto dello stand allestito a Parigi che, ispirandosi al segno “X”, sottolinea il forte senso di appartenenza alla famiglia 500. E poco dopo mezzogiorno lo stand al padiglione 1 dell’Expo si è animato di una folla incredibile, come un metrò nell’ora di punta, al momento del grande battesimo. L’attesissima crossover della Fiat è sbucata da una piattaforma rotante tra luci, suoni e la curiosità generale. In prima fila l’intero top management di Fiat-Chrysler, a cominciare dal presidente John Elkann e dall’ad Sergio Marchionne. Mentre il capo globale di Fiat, Olivier François, ha celebrato il rito con enfasi: “Ecco un modello che detterà le tendenze, un saggio di stile e tecnologie senza uguali”.
COMPATTA MA SPAZIOSA - Piace a prima vista questa 500X, che ha svelato anche una sorella Cross più votata all’impiego nel tempo libero e agli amanti delle attività outdoor. Per guidare la nuova crossover dovremo attendere l’inizio del prossimo anno, quando sbarcherà nelle concessionarie. E intanto cominciamo a conoscerla, questa 500X compatta (4,25 metri di lunghezza e 1,8 di larghezza) ma molto spaziosa per 5 persone, e con un bagagliaio modulare di 350 litri. Della Jeep Renegade condivide il sito produttivo di Melfi, la piattaforma e alcuni componenti, però evidenzia una personalità unica e forte, diversa nel segno della tradizione anche dalle altre 500, nonostante i richiami stilistici e il classico baffo nel frontale.
VERSATILE E DALLE MILLE ANIME - Questa X è versatile e possiede mille anime: 2 o 4 ruote motrici con la variante della Traction Plus in alternativa all’integrale, una versione Cross, l’opzione di due cambi automatici (doppia frizione a 6 rapporti o l’evolutissimo 9 rapporti all’esordio su una Fiat), 7 combinazioni di interni e 12 livree. L’abitacolo è molto vivace, ricco di materiali soft-touch. E di sistemi connettivi di primo livello: l’Uconnect con schermo da 5 o 6,5 pollici consente di controllare tutte le funzioni di infonavigazione, i supporti multimediali garantiscono l’integrazione con ogni tipo di smartphone.
I MOTORI - Intelligente e vasta l’offerta di motori, ottimizzati in base al modello prescelto. A benzina 1.6 E-torQ da 110 Cv (cambio manuale a 5 marce, trazione anteriore), 1.4 Turbo MultiAir II da 140 Cv (con trazione anteriore e cambio manuale a 6 marce), 1.4 Turbo MultiAir II da 170 Cv e il top di gamma Tigershark 2.4 da 184 Cv (per entrambi cambio automatico a 9 rapporti e trazione integrale). I turbodiesel sono 1.3 MultiJet II da 95 Cv (cambio manuale a 5 marce, trazione anteriore), 1.6 MultiJet II da 120 Cv (cambio manuale a 6 rapporti e trazione anteriore) e 2.0 MultiJet II da 140 Cv (manuale a 6 marce e trazione anteriore, o automatico a 9 rapporti con trazione integrale). La versione 4x4 è dotata di disconnessione attiva dell’asse posteriore, come la Renegade, per ridurre i consumi. E la Traction Plus è un’alternativa efficace per garantire massima aderenza con le 2 ruote motrici. Inoltre il selettore di guida Drive Mood (auto, sport e all weather) offre la soluzione ideale per ogni tracciato.
LA GEMELLA “CROSS” - Molto tecnologiche la 500X e la gemella X Cross (più lunga di 2 cm) che vantano anche il meglio dei dispositivi di sicurezza, dai 6 airbag e dal controllo di trazione di serie ai dispositivi che avvisano dell’uscita involontaria dalla corsie e del sopraggiungere di altre auto nei punti ciechi, alla telecamera posteriore.
(Fonte: www.lastampa.it - 2/10/2014)

giovedì 2 ottobre 2014

Alfa Romeo (2): rinascerà il 24 giugno 2015


Alfa Romeo ha una data: 24 giugno 2015. Tanto basta a rasserenare gli animi, perché da anni si parla del suo rilancio, che continuamente slitta. Adesso un giorno preciso c’è ed è quello in cui ricorrono esattamente 105 anni dalla fondazione del marchio, avvenuta a Milano nel 1910. L’Anonima Lombarda Fabbrica Automobili ha conquistato milioni di appassionati e poi è tramontata, nell’oblio della gestione “di gruppo” e nella foga di fare altro. Adesso però gli occhi - di Marchionne - sono puntati su di lei ed il modello che dovrà farla risorgere, lo sappiamo tutti, è la Giulia. Di lei sono state dette tante cose (che sarà basata sulla nuova piattaforma Giorgio, che sarà a trazione posteriore e integrale, che sarà la prima Alfa Romeo con un V6 turbo benzina e diesel...), tutte indiscrezioni che attendono conferma. Marchionne ne ha sempre motivato il continuo ritardo dicendo che è un modello troppo importante per farlo sommariamente... La Giulia deve essere “perfetta” e riportare Alfa Romeo ai fasti di gloria del passato proiettando Alfa in una nuova dimensione di sportività (una sportività che funzioni, in tutti i sensi...). Negli anni però è capitato che certe affermazioni svanissero nell’aria. A gennaio 2013 Marchionne diceva che il rilancio di Alfa Romeo sarebbe passato attraverso Ferrari e Maserati, oggi invece ha detto: “La Ferrari è una realtà a sé. Non deve essere inserita in nessun polo del lusso. E' una cosa unica, tutto quello che dobbiamo fare è conservare tutto quello che deve essere confermato”. Andiamoci piano quindi, l'Alfa Romeo Giulia rimane tutta da svelare. Fino al 2018 sono stati promessi otto nuovi modelli, dalla Giulia ai SUV, passando per le cabrio, le coupé ed una nuova ammiraglia anti-tedesche. Segnamoci quindi questa data: 24 giugno 2015. Il 25 ne riparleremo, noi di sicuro!
(Fonte: www.omniauto.it - 10/9/2014)

mercoledì 1 ottobre 2014

Alfa Romeo (1): i tre modelli per il rilancio


Alfa Romeo ha iniziato lo sviluppo dei tre nuovi modelli che saranno la chiave per l'inversione di tendenza del marchio. Lo scrive per Automotive News Europa a firma Luca Ciferri. I tre nuovi modelli sono una berlina di medie dimensioni che andrà a competere con la BMW Serie 5: la berlina è prevista per il debutto negli showroom europei a metà del 2016 e negli Stati Uniti entro fine 2016. In origine avrebbe dovuto chiamarsi Giulia, ma secondo fonti di Automotive News Europe, non avrà lo stesso nome. Si tratterà del modello destinato a succedere alla 159 uscita di produzione nel 2011. Sulla vettura debutterà la nuova gamma di motori a benzina ad iniezione diretta con turbocompressori singoli o doppi. Si tratterà di un 2.200 cc quattro cilindri in linea con potenze da 180 a 330 CV e un 3300 cc V6 con potenze da 400 a più di 500 CV. Inoltre sono previsti due motori turbodiesel con potenze da 120 a 210 CV il 4 cilindri in linea e da 250 a 330 CV il V6. Il secondo modello è un SUV di medie dimensioni che avrà nel mirino vetture come la Audi Q5 e che arriverà nella seconda metà del 2016, condividendo pianale e gamma motori con la berlina di medie dimensioni. Infine l'ammiraglia, anzi la nuova ammiraglia di Alfa Romeo, progettata per competere con l'Audi A8 e la Bmw Serie 7 e sarà di fatto una versione "extra larghe" della berlina media, ma soprattutto non adotterà motorizzazioni V8. Le auto sono la prima ondata di otto nuove Alfa annunciate 6 maggio scorso come parte di 5 miliardi di euro di investimenti per incrementare le vendite globali del marchio fino ai 400.000 veicoli nel 2018 dai 74.000 dello scorso anno. Alfa Romeo e la "controllante" Fiat Chrysler Automobiles hanno rifiutato, aggiunge Automotive News Europe, di fornire per ora le specifiche dei prossimi modelli del marchio dopo quanto annunciato a maggio dal Ceo di Alfa Romeo, Harald Wester, che aveva fatto sapere che il marchio avrebbe affiancato le trazioni posteriore e integrale all'attuale anteriore. E veniamo alla tempistica del resto della gamma Alfa Romeo ancora in fase di definizione, ma che, secondo quanto risulta ad Automotive News Europe, prevede innanzitutto l'arrivo della 4C Spider presentata in anteprima a marzo al Salone dell'auto di Ginevra, previsto nell'estate del 2015. In realtà più che di una versione spider la 4C è un modello "targa", con un piccola sezione del tetto in fibra di carbonio che deve essere rimossa manualmente. Alfa Romeo, inoltre, starebbe lavorando ad una roadster che utilizzerà una versione accorciata della piattaforma della berlina di medie dimensioni. In origine la piccola roadster Alfa Romeo doveva essere basata sulla nuova Mazda MX-5, ma in seguito il progetto è stato "ceduto" a Fiat. In compenso la futura roadster Alfa offrirà più motori rispetto al modello realizzato su base Mazda che poteva ospitare solo il motore da 1400 cc utilizzato dalla Giulietta. I motori della roadster Alfa, invece, includeranno il 1800 cc turbo 4 cilindri in linea della 4C Coupè e un inedito 2200 cc 4 cilindri in linea. Altro modello in via di definizione secondo Automotive News Europa è il coupè di medie dimensioni derivato dalla berlina, ma in grado di ospitare a bordo e comodamente quattro adulti. Ancora in discussione è il layout finale. Si tratterà sia di un coupé a due porte per competere con l'Audi A5 e la Bmw Serie 4 che di un modello a quattro porte sia pure in stile coupé per rivaleggiare con l'Audi A7 e la Bmw Serie 6 Gran Coupé. E veniamo al Suv di grandi dimensioni. Alfa Romeo l'avrebbe da tempo pianificato soprattutto per lanciarlo gli Stati Uniti e in Cina. Il modello di produzione probabilmente sarà derivato dal Maserati Levante in produzione alla fine del prossimo anno nello stabilimento di Mirafiori a Torino. Infine i due modelli che Alfa Romeo sta prendendo in considerazione ma non ha ancora deciso per le diverse esigenze dei mercati nei quali verrà venduto. L'Europa sempre secondo Automotive News Europa chiederebbe una berlina a cinque porte per sostituire l'attuale Giulietta e in aggiunta una variante station wagon per competere con l'Audi A4 e la Bmw Serie 3 Touring. Il Nord America e l'Asia, invece, starebbero spingendo per una berlina a quattro porte e una coupé compatta. Intanto un team di 300 ingegneri sta lavorando a Modena, dove hanno la loro sede Ferrari e Maserati. La "squadra" è, però, destinata ad aumentare fino a 600 unità entro la fine dell'anno prossimo.
(Fonte: www.motori24.ilsole24ore.com - 1/9/2014)