lunedì 28 novembre 2011

Perché Fiat-Chrysler cerca Suzuki


Fiat-Chrysler è un’alleanza zoppa. Se una gamba è salda in Europa (non in Russia) e nelle Americhe, l’altra è troppo corta in Asia. Né aiutano i debiti crescenti e i pochi soldi per sviluppare nuovi prodotti. Per tutti questi motivi, Sergio Marchionne gioca d’azzardo su un prossimo accordo con la Suzuki. Nelle intenzioni, prima ancora che allargarsi ai mercati asiatici e tentare di radicarsi in Cina e in India, c’è la necessità per Marchionne di condividere gli oneri di un nuovo pianale di segmento B, quello della Grande Punto. Che, al contrario dei lavoratori, non può essere mandato in pensione più tardi. La prossima generazione della Punto è in agenda nel 2013, per ora. Troppo presto, per come mi risultano stare i progetti di rinnovo. Preoccupante, essendo il modello del gruppo più prodotto in Italia. Fiat-Chrysler punta a un’alleanza con la Suzuki di tipo misto, industriale e azionario, una partnership rispettosa delle diverse culture sul modello di quanto fatto dagli italiani con la Chrysler, non colonizzata come a suo tempo fecero i tedeschi della Daimler. E’ però una corsa contro il calendario, contro la Volkswagen e contro i tempi della giustizia civile. Due giorni fa, la Suzuki ha avviato un arbitrato presso un tribunale di Londra per rompere l’accordo con il gruppo Volkswagen, siglato nel 2009 e finito con zero risultati industriali e con i giapponesi offesi per essere stati «associati» all’impero tedesco. La Volkswagen non ha però nessuna intenzione di dare indietro al gruppo di Hamamatsu il 19,9% di azioni in suo possesso, né tantomeno «venderle a un soggetto terzo designato» dai giapponesi. L’arbitrato potrebbe durare anche due anni, paralizzando risorse e facendo ricchi gli studi legali. Yasuhito Harayama, vice presidente esecutivo di Suzuki, spera di risolverla «in modo amichevole», ma è glaciale il numero uno tedesco, Martin Winterkorn, in una intervista al quotidiano Handelsblatt: «Se l’attuale gruppo dirigente di Suzuki non vuole lavorare con noi, forse lo farà la prossima generazione». La Suzuki e la Fiat si conoscono già bene, producendo in comune un Suv medio piccolo (la Sedici) nello stabilimento ungherese di proprietà giapponese e commerciando disinvoltamente i motori diesel italiani, alla faccia della partnership nippo-tedesca. Suzuki Motor Corporation è in crescita. Per il primo semestre dell’anno fiscale che termina il prossimo 31 marzo, ha comunicato un risultato operativo in netto miglioramento rispetto alle previsioni, nonostante il terremoto, lo tsunami e l’emergenza nucleare che hanno devastato il nord del Giappone. Il suo obiettivo è vendere nel mondo quasi 2,6 milioni di automobili (Fiat ne ha vendute poco più di 1,5 milioni nei primi nove mesi dell’anno), con un aumento superiore al 10% rispetto al 2010. Un partner interessante, se sarà. In Asia, Suzuki ha 14 insediamenti produttivi dedicati all’automobile, di cui 2 in Cina, primo mercato mondiale dove la Fiat comincerà a produrre Alfa Romeo soltanto dal prossimo luglio e dopo altri tentativi di joint venture andati male. In India, Suzuki detiene il 40% di un mercato stimato a fine 2011 in circa 2,4 milioni di unità, dunque con potenzialità di crescita enormi. Qui la Fiat ha un accordo industriale e commerciale con Tata, che va male; il colosso indiano ha interessi ridotti nell’automobile (circa il 10% del suo fatturato) ed una eventuale intesa degli italiani con Suzuki potrebbe mettere fine a una storia mai nata. Nelle intenzioni tedesche, un felice matrimonio Volkswagen-Suzuki avrebbe avuto nell’India la sua dote principale. Ma Marchionne cerca una terza gamba per la sua alleanza globale anche per rafforzare l’integrazione industriale. La strada l’ha indicata da tempo. Nel novembre del 2005, Fiat ha firmato un accordo con la Ford per condividere gli oneri di sviluppo del pianale destinato alle auto piccole dei due gruppi: a Tychy, in Polonia, nascono sulla stessa base meccanica la Fiat 500 e Panda, la Ford Ka, la Lancia Ypsilon. Per il segmento C, il pianale c’è già per modelli Chrysler, Fiat, Lancia e Alfa Romeo (la Giulietta è stata la prima ad usarlo, la prossima sarà entro l’anno una Dodge dai bassi consumi che permetterà a Marchionne di salire al 58,5% della Chrysler, come da accordi con l’amministrazione Obama). Se Suzuki riuscirà a rompere con la Volkswagen, sarà il partner ideale per il gruppo italiano con cui tagliare i costi di sviluppo del pianale B (si parla di centinaia di milioni) e usare insieme tutte le economie di scala. Quello in uso sulla Grande Punto (aggiornato, continuerà la sua vita sotto la monovolume Fiat prodotta in Serbia l’anno prossimo) è stato sviluppato insieme alla Opel per equipaggiare anche la Corsa. Solo che sta invecchiando: i tecnici hanno cominciato a lavorarci a Torino a partire dal 2002, dopo che l’Avvocato sposò Fiat con GM per breve tempo. La Suzuki produce per la stessa fascia di mercato la Swift, con un pianale rifatto nel 2009 e adeguato alle severe normative americane. Ma per il 2013, con i cicli di vita dei modelli sempre più corti, anche i giapponesi avranno bisogno di un’altra piattaforma nuova di zecca. E’ regola per essere competitivi. La corsa di Marchionne è appena iniziata.
(Fonte: http://blog.ilmanifesto.it/autocritica - 26/11/2011)

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